Costruire la pace: preparare la pace, non la guerra

Gabriella Carlon
12-10-2026

 Contrariamente al detto antico, se si vuole la pace bisogna preparare la pace.
La nostra Costituzione è perentoria: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” (art. 11).
Non si tratta di condannare o disapprovare la guerra, ma proprio di disconoscerla, respingerla in assoluto. Si cancella così ogni corollario del nazionalismo fascista, dal primato della razza portatrice di civiltà all’esaltazione della guerra come “igiene del mondo”, all’entusiasmo per le guerre coloniali di conquista.
La Costituzione sceglie invece la pace come valore fondante e indica le strade da percorrere per il suo raggiungimento. Si auspica un sistema di rapporti tra gli stati volto a costruire pace e giustizia, quindi la politica internazionale non sarà guidata dall’uso della forza, ma dal diritto e dalla diplomazia.
Siamo ben lontani dalla concezione della deterrenza, cioè dalla teoria che il mantenimento della pace sia possibile creando condizioni di paura della Distruzione Mutua Armata (MAD) vuoi con le armi nucleari (che porterebbe alla distruzione di entrambi i contendenti) vuoi con armamenti convenzionali (che provocherebbe danni superiori ai vantaggi ottenibili).
L’art. 11 prevede invece che la pace sia cercata in un contesto multipolare, dove esista non il dominio del più forte ma il rispetto reciproco degli stati e un’apertura alla cooperazione per realizzare la giustizia nella sicurezza di tutti.
L’obiettivo non può essere raggiunto da un singolo stato, ma dovrà essere raggiunto da organizzazioni che l’Italia si impegna a favorire e promuovere, alle quali si potrà anche cedere parte della sovranità. Come auspicava già Kant per la pacificazione del mondo (Pace perpetua- 1795).

Sicuramente rientra in questa prospettiva l’adesione all’ONU e alle sue diverse agenzie. La Carta delle Nazioni Unite entra in vigore nel 1945 ed enuncia principi nuovidi politica internazionale, che escludono l’uso della forza per risolvere le controversie internazionali, prevedono l’autodeterminazione dei popoli, sostengono il rispetto dei diritti umani e la cooperazione tra gli stati quali strade per costruire la pace. Pur se la Carta ribadisce alcuni principi che derivano dalla concezione dello stato nata a Westfalia e non del tutto in armonia con i nuovi principi, tuttavia con successivi documenti (Dichiarazione universale dei diritti umani –1948, Patto internazionale sui diritti civili e politici e Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali- votati dall’Assemblea generale nel 1966 ed entrati in vigore nel 1976), l’ONU promuove il concetto di Sicurezza umana anziché quello di Sicurezza nazionale che conduce spesso agli armamenti e alla guerra. Si sottolinea il nesso tra pace e giustizia, perché non basta l’assenza di guerra a preparare e custodire la pace, ma soprattutto si esorta a considerare la sicurezza come bene comune a tutta l’umanità, superando l’ottica del singolo stato.
Purtroppo l’ONU abbisogna di riforme che possano rendere efficace il suo operato. Le missioni ONU, a cui spesso l’Italia partecipa, non sono sufficienti a fermare le guerre che continuano a insanguinare il mondo.
Sono comunque da ricordare le Convenzioni, a cui l’Italia aderisce, che nell’ottica del disarmo, cercano di proibire l’uso di alcune armi:
Convenzione sulle armi batteriologiche – 1972
Convenzione sulle armi chimiche – 1993
Convenzione sulle mine antiuomo – 1997
Convenzione sulle munizioni a grappolo – 2008
L’Italia aderisce anche al Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (NPT)– 1970 e partecipa alle Conferenze del Riesame che si svolgono ogni 5 anni.
Purtroppo non aderisce invece al Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW) votato dall’Assemblea ONU nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021. Nonostante le pressioni dei movimenti pacifisti, non è stato ratificato il Trattato che vieta la produzione e la detenzione sul proprio territorio degli armamenti nucleari.
Certamente la presenza di numerose basi NATO e/o USA sul territorio italiano pone vari problemi in merito alla sovranità e all’autonomia delle decisioni. Sarebbe tempo di procedere a una revisione delle clausole relative all’uso di tali basi dopo 80 anni dalla fine della 2° guerra mondiale. Come infatti può essere compatibile con l’art.11 l’uso delle basi, spesso avvenuto, a sostegno di conflitti armati?

Molto problematica è inoltre l’adesione alla NATO, soprattutto a seguito delle modifiche statutarie apportate dopo il crollo dell’URSS. La decisione del Consiglio atlantico del 1991, sancita formalmente nella nuova Concezione strategica del 1999, recita: “L’alleanza vincola in un approccio ampio alla sicurezza che riconosce, in aggiunta alla necessaria dimensione della difesa, l’importanza dei fattori politici, economici, sociali e ambientali”. Di fatto, da alleanza difensiva territorialmente circoscritta, la NATO è divenuta organismo capace di intervento in qualsiasi parte del mondo a protezione degli interessi USA cui è affidata la guida. Anche se la modifica è considerata “una interpretazione evolutiva” (e pertanto non è stata sottoposta alla ratifica dei paesi membri), si tratta di una modifica sostanziale. Infatti dagli anni ‘90 in poi sono stati effettuati, con pretesti talvolta truffaldini, vari interventi di aggressione a paesi sovrani (dalla Jugoslavia all’Iraq, alla Libia) a cui ha partecipato anche l’Italia in totale spregio della sua Costituzione.

Infine non si può tacere della grave discrepanza, rispetto alla Costituzione, della politica estera dell’Unione Europea. L’UE è nata con l’intento di evitare che gli stati europei continuassero a risolvere le loro controversie attraverso la guerra e finora ha realizzato questo obiettivo. Ma il progressivo appiattimento sulla NATO e la recente decisione di rivitalizzare l’economia stagnante con lo sviluppo dell’industria delle armi hanno portato l’UE alla corsa al riarmo, onde poter, nel 2030, essere allegramente pronti alla guerra (Readiness 2030). Si calpesta così un principio fondamentale della nostra Costituzione che impone di preparare la pace e non la guerra. Perché? A chi conviene?

 

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