Gabriella Carlon
21-02-2026
Il 22 e 23 marzo si voterà per il Referendum costituzionale sulla Giustizia. Non è richiesto il Quorum, ma è auspicabile una larga partecipazione per ragioni sia formali sia di merito.
Certo la tentazione di non recarsi alle urne è forte, perché un eventuale esito positivo non migliorerà comunque le difficoltà dei processi, né per quanto concerne i tempi (vero dramma della Giustizia italiana) né per quanto concerne i modi.
La separazione delle carriere tra magistratura inquirente/requirente (Pubblici Ministeri) e giudicante (Giudici) di fatto esiste già: solo lo 0,21% dei magistrati passa da una funzione all’altra, perché tale passaggio è regolamentato in forma severa dalle leggi ordinarie.
Altro obiettivo: rendere più indipendente il Giudice che diventerebbe “terzo” rispetto ad accusa e difesa, mentre con l’ordinamento attuale si dice che sarebbe succube del collega inquirente. L’argomento è ampiamente usato nella propaganda per il “sì”, ma non ha consistenza reale. L’esperienza dice infatti che l’obiettivo è già raggiunto, in quanto il giudice spesso valuta in modo difforme rispetto al pubblico ministero.
Dunque il cittadino comune è indotto a pensare che si tratti di una questione tecnica interna alla magistratura, che non ha conseguenze pratiche e non migliora le gravi carenze della Giustizia. Inutile andare a votare. Ma non è così.
Vediamo le ragioni formali a favore del recarsi a votare. La riforma costituzionale in atto prevede il cambiamento di sette articoli della Costituzione: una modifica di tale portata già dovrebbe spingere a una massiccia partecipazione al voto.
Altra motivazione ancor più cogente è che detta riforma è stata elaborata dal Governo e approvata dal Parlamento con la maggioranza governativa. Le riforme costituzionali, che riguardano le regole della vita civile di tutti i cittadini, dovrebbero nascere da una convergenza di maggioranza e minoranza, mentre in questo caso nessun emendamento parlamentare è stato possibile. Con il Referendum si offre ai cittadini “di minoranza” di far sentire la propria voce e di correggere la stortura di riforme costituzionali attuate esclusivamente dalle forze governative. Ma per ottenere un riequilibrio bisogna che i cittadini, di maggioranza e di minoranza, votino.
Bisogna poi decidere se votare sì o no, entrando nel merito dei provvedimenti proposti.
L’impianto costituzionale attuale prevede una rigida divisione dei poteri, in particolare tende a salvaguardare l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura rispetto al potere esecutivo. Inoltre sull’operato del Governo la Magistratura esercita un controllo di legalità. Non dobbiamo dimenticare che la Costituzione nasce dalla Resistenza dopo un ventennio di governo fascista, quindi sottolinea con forza che la magistratura è soggetta esclusivamente alla legge.
Ora siamo a un bivio: vogliamo mantenere un ordinamento che sottopone alla legge qualsiasi cittadino e l’operato di qualsiasi istituzione, compreso il Governo, o vogliamo che l’esercizio del potere esecutivo sia più libero da lacci e lacciuoli in virtù dell’investitura elettorale?
La riforma tende a limitare l’autonomia della magistratura depotenziando il Consiglio Superiore (CSM) che è l’organo di autogoverno della magistratura tutta. Si dovranno creare due CSM (uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici), e un’Alta Corte disciplinare. Da notare che all’elezione si sostituisce il sorteggio. Però con criteri diversi: mentre per i togati (magistrati) si pesca in una platea indistinta, per i laici (professori universitari, avvocati, ecc.) si pesca in un elenco predisposto dal Parlamento che non prevede una maggioranza qualificata, pertanto può essere scelto anche solo dalla maggioranza di governo. In questo modo i provvedimenti che riguardano la carriera, i trasferimenti, le sanzioni disciplinari, ecc. dei magistrati sono sottoposti a un organo che vede al suo interno un gruppo compatto in sintonia con il potere esecutivo. E’ così che l’autonomia viene sminuita. E minore autonomia può comportare anche minore imparzialità nel giudicare l’operato dell’esecutivo.
Va poi ricordata la trasformazione della funzione del pubblico ministero: mentre ora il suo compito è stabilire la verità dei fatti cercando i pro e i contro rispetto a un eventuale colpevole (dirigendo e controllando la polizia giudiziaria che dipende dal Governo), nella versione riformata deve preoccuparsi solo di trovare gli elementi dell’accusa per contrapporsi al difensore. Con grave danno per quei cittadini che non potendo permettersi un collegio di avvocati, vengono a trovarsi privi di tutele nella fase inquisitoria.
Cosa votare dunque? Per quanto mi riguarda, non sono favorevole a un indebolimento della Magistratura a favore del potere esecutivo, perché rappresenterebbe un primo passo verso forme autocratiche di governo. Pertanto voterò no.
_____________________________________________________________________________
Disclaimer e note legali (clicca per leggere – puoi rivendicare diritti di proprietà su riferimenti e immagini)
_____________________________________________________________________________
