La guerra civile in Siria, iniziata nel 2011, ha provocato uno dei più grandi esodi della storia contemporanea. Milioni di persone hanno cercato rifugio nei Paesi vicini, particolarmente in Giordania, Turchia e Libano.
Con la fine del governo di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024, in alcune zone il rientro alle proprie case sembrerebbe possibile, ma la distruzione delle infrastrutture, l’instabilità e la crisi economica che continua a colpire il Paese rende tutto complicato.
Eraldo Rollando
20-10-2026
Secondo il Global Peace Index redatto dall’Institute for Economics & Peace nel giugno 2025 si sono registrati 59 conflitti attivi nel Mondo. Confitti che sono i maggiori responsabili del crescente numero di profughi e rifugiati.
L’Agenzia dell’Onu UHNCR ha stimato che, ad aprile 2025, sono 122 milioni le persone costrette alla fuga. Un numero che, negli ultimi 10 anni, è quasi raddoppiato. Conflitti, persecuzioni, crisi climatiche e collasso socio‑economico sono le principali cause dello sfollamento globale: quattro grandi categorie tra loro collegate.
Le principali aree di provenienza, che alimentano questo drammatico pellegrinaggio sono:
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- il Sudan (dove si registra la più grande crisi di sfollamento attuale)
- la Repubblica Democratica del Congo
- l’Ucraina
- l’Afghanistan
- la Siria
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E’ di quest’ultima che vogliamo parlare: la Siria e i suoi migranti in Turchia.
Il Paese è stato per lungo tempo terra di migranti, ma la guerra civile siriana (2011-2024) ha impresso una tragica brusca accelerazione, causando circa 12 milioni di sfollati, 6 milioni dei quali all’interno del Paese e i rimanenti 6 milioni sparsi nei principali Stati di accoglienza, ovvero Turchia, Libano e Giordania, che hanno accolto per anni il maggior numero di rifugiati. Anche diversi Stati europei hanno aperto le frontiere a centinaia di migliaia di siriani (1), offrendo protezione internazionale e programmi di integrazione. Secondo le organizzazioni internazionali, oltre metà della popolazione siriana è stata sfollata almeno una volta nel corso del conflitto. Le condizioni di vita dei rifugiati sono descritte spesso come difficili. Molte famiglie vivono in campi profughi o in abitazioni precarie, affrontando problemi legati all’accesso al lavoro, all’istruzione e alle cure sanitarie. I bambini rappresentano una delle categorie più vulnerabili, poiché spesso vedono interrotto il proprio percorso scolastico.
La Turchia, tra il 2011 e il 2024, ha accolto complessivamente oltre 3,7 milioni di rifugiati siriani. Alla fine del 2024 i rifugiati registrati erano circa 2,9 milioni, grazie ai primi rientri volontari e ad altri fattori amministrativi e demografici. ( UHNCR – Annual Results Report 2024 Türkiye )
Nel maggio 2026, il Ministero dell’Interno turco ha comunicato che i siriani ancora presenti nel Paese erano circa 2,3 milioni, ma la stragrande maggioranza non vive nei campi profughi. Secondo le informazioni più aggiornate raccolte da AIDA-Asylium Information Database .
Nel periodo di massima emergenza (2014-2016), il governo turco gestiva 26 campi ufficiali per i rifugiati siriani. Nel 2024 erano rimasti soltanto 9 centri di accoglienza (TAC- Temporary Accomodation Centres) distribuiti in 5 province del sud della Turchia, lungo il confine con la Siria. In questi 9 centri vivevano circa 59.800 persone. Se si considera che all’inizio del 2026 i siriani ancora presenti in Turchia erano circa 2,3 milioni, significa che meno del 3% risiede nei campi, oltre il 97% vive invece in appartamenti, case in affitto o altre sistemazioni nelle città e nei villaggi turchi, soprattutto a Istanbul, Gaziantep, Şanlıurfa, Hatay, Adana, Mersin e Bursa. (fonte TAC)
Per completezza di informazione, occorre ricordare che, secondo stime attendibili, le persone transitate nel periodo 2011-2024 sono state 4,1 – 4,5 milioni così suddivisi:
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- circa 3,7 milioni di siriani registrati
- tra 400.000 e 600.000 rifugiati e richiedenti asilo di altre nazionalità (non un dato ufficiale, bensì una stima ricavata dalle registrazioni annuali dell’UNHCR e delle autorità turche).
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Alla fine del 2024 i siriani sotto protezione temporanea erano circa 2,9 milioni, mentre rifugiati e richiedenti asilo di altre nazionalità risultavano 202.000
Chi provvede al loro sostentamento, chi controlla.
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- Unione Europea: dal 2011 fino all’inizio del 2026, l’Unione ha destinato alla Turchia circa12,4 miliardi di euro per i rifugiati nei campi e perle comunità turche che hanno offerto ospitalità al di fuori degli stessi.
- Altri contributi internazionali (quantitativi non noti):
- UNHCR (Alto Commissariato ONU per i Rifugiati);
- Programma Alimentare Mondiale (WFP);
- UNICEF;
- Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM);
- Banca Mondiale;
- Governi di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Giappone, Canada e Paesi del Golfo
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Questi contributi risultano comunque molto inferiori a quelli dell’Unione europea e sono spesso destinati a programmi specifici, piuttosto che al sostegno complessivo dell’accoglienza
La maggior parte di tutti i fondi giunti in Turchia non è stata gestita dalle autorità turche, ma tramite agenzie delle Nazioni Unite, ONG internazionali, organizzazioni umanitarie e, in parte, da ministeri turchi per finanziare progetti concreti a favore dei rifugiati: assistenza sanitaria, istruzione, trasferimenti monetari alle famiglie, infrastrutture municipali e programmi di integrazione.
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- Quanto ha speso la Turchia?
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Il governo turco sostiene di aver speso, dal 2011, oltre 40 miliardi di dollari di risorse proprie, una cifra nettamente superiore ai contributi ricevuti dall’estero. Questa valutazione è stata ribadita più volte dalle autorità turche, anche se alcune stime indipendenti evidenziano la difficoltà di verificare con precisione il totale della spesa pubblica.
Indubbiamente i fondi destinati all’accoglienza per progetti di vario genere sono ingenti, ma tutti ne hanno beneficiato? Vengono/sono stati effettuati controlli? E’ possibile che qualcosa non abbia funzionato?
Purtroppo il sistema di verifiche è organizzato a livello di singolo donatore, con livelli di dettaglio molto diversi a seconda dell’organismo che le effettua. Soprattutto non vengono pubblicati audit forniti da autorità indipendenti che garantiscano la veridicità delle informazioni.
Ciò non vuol dire che l’assistenza non funzioni o non abbia funzionato, ma molte lacune sono state evidenziate.
Per quanto concerne l’Unione Europea, l’ultimo, Rapporto speciale n. 06/2024 dell’European Court of Auditors ha dato testimonianza dei limiti connessi alla disponibilità di parte dei dati:«Le verifiche sui programmi destinati ai rifugiati vengono pubblicate dalla Commissione europea, dalla Corte dei conti europea e dall’UNHCR. Tuttavia, secondo l’audit della Corte dei Conti Europea del 2024, la valutazione completa dell’efficacia di alcuni interventi è stata limitata dalla mancata disponibilità di parte dei dati richiesti alle autorità turche, soprattutto nel settore dell’istruzione.» (Corte Europera degli Auditors –
Un posto senza nome
Tra le “lacune” informative sicuramente rientra un campo profughi che raccoglie circa 6000 anime, in Turchia al confine con la Siria. Una “no man’s land”, una terra di nessuno, un luogo che sopravvive grazie al sostegno dei volontari dell’associazione SSCh (Support and Sustain Children). Un posto senza nome dove da 15 anni (2011-2015) il ciclo della vita si apre, evolve e si chiude in un ambiente dove è possibile verificare il desiderio di vivere che si manifesta nelle grandi sciagure. Leonardo Pelo ne parla nel suo saggio Dio è morto – La vita senza desideri in un campo profughi (Editore Re Nudo – 2026, 101 pagine – € 12), e lo fa con gli occhi lucidi del testimone che non vuole cedere al sensazionale.
Un posto dove si abita in “tende” di plastica, dove la plastica si raccoglie in cumuli, per ogni dove. E’ indispensabile, ai bambini per giocare e agli adulti per riscaldare la tenda quando fa freddo, e non importa se i suoi fumi sono cancerogeni. A prevalere è la necessità di sopravvivere.
In questo luogo dove i confini non sono tracciati, ma ben noti a tutti, dove l’età media è di circa 32 anni,si nasce, si vive l’età della spensieratezza (già, perché i bambini sono tali in tutto il mondo), ma poi si diventa adulti, si lavora, “ci si ammala e infine si muore”.Pochi, e forse poco fortunati, invecchiano.
Attorno a questa “no man’s land” i campi agricoli impiegano manodopera a basso costo con orari che raggiungono le 12 ore al giorno. Il negozio del campo profughi per i beni di prima necessità, è gestito dai proprietari delle terre, in un “magico loop” dove buona parte della retribuzione ritorna nelle stesse mani.
Nel campo, la speranza non è di casa e nemmeno il desiderio di una vita diversa, ma non conviene tentare di “evadere”, essendo presente il rischio di perdere ogni “diritto” e finire in chissà quale posto, non certo migliore.
Ma qui chi scrive si ferma, e rimanda alla lettura del lavoro di Leonardo Pelo.
Il ritorno dei rifugiati in Siria
Parafrasando il Vangelo secondo Matteo 22,14,16: «Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti», si potrebbe dire che “molti potrebbero entrare nel Paese, ma pochi possono farlo”. Negli ultimi anni in alcune aree della Siria si è registrata una diminuzione delle ostilità, ma il ritorno dei profughi rimane complicato. Numerose città sono state gravemente danneggiate e molte infrastrutture essenziali, come scuole, ospedali e reti idriche, necessitano ancora di importanti interventi di ricostruzione.
La persistente instabilità politica, la crisi economica e la mancanza di opportunità lavorative contribuiscono a rendono il rientro difficoltoso. Per molti rifugiati il ritorno in patria continua quindi a rappresentare un sogno irrealizzato.
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Note
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- … la Cancelliera Merkel decise di dare ospitalità in Germania a tutti quelli che provenivano dalla Siria … tra il 2015 e il 2016 arrivarono in territorio tedesco circa 1,2 milioni di richiedenti asilo, che in pochi mesi resero la Germania il quinto paese al mondo con la più alta concentrazione di rifugiati (Il Post.it
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