La guerra dei vaccini

Gabriella Carlon
28-01-2021

Accadono talvolta fatti che non si sarebbero mai immaginati.
L’Unione Europea aveva intrapreso una strada che ci aveva riempito di speranza: l’acquisto collettivo dei vaccini era un segnale di solidarietà tra tutti gli stati membri. Ma a guastare la festa intervengono le grandi case farmaceutiche: nella prima fase della pandemia si parlava di collaborazione tra tutti i laboratori di ricerca (non so se davvero sia andata così), ma, raggiunto il risultato, è la legge del mercato a prevalere. Conviene vendere al miglior offerente, anche i contratti già firmati perdono valore. Qualcosa non funziona in questo meccanismo.
Il problema è che la salute non viene da tutti considerata un bene comune, ma un bene-merce da privatizzare e mettere sul mercato, a dispetto delle Costituzioni di molti paesi o di Documenti ONU che restano purtroppo lettera morta. Ricordiamo solo la Dichiarazione di Alma Ata (1978) che inizia dicendo “La salute, stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente assenza di malattia o infermità, è un diritto umano fondamentale”. La Conferenza, organizzata da OMS e UNICEF aveva come motto: “Salute per tutti entro il 2000” e auspicava quindi la copertura sanitaria universale per tutti i paesi del mondo.

Un diritto umano fondamentale non può essere affidato al mercato, infatti il problema del rispetto dei contratti è soltanto secondario, il problema più grave è quello dei brevetti.
Si dice che le aziende devono rifarsi del capitale investito nelle ricerche: giusto, però mi sembra che, in particolare in questa ricerca sul Covid 19, siano state impegnate anche ingenti risorse pubbliche e inoltre la Pfizer ha già realizzato grossi profitti solo giocando in borsa. La questione è che, se la salute è un bene comune, non può essere sottoposta al sistema dei brevetti, perché i farmaci non possono essere a disposizione di chi può pagarli di più.
Per uscire da questa giungla bisogna che il brevetto divenga proprietà della comunità internazionale in modo che possano moltiplicarsi i luoghi di produzione per rendere accessibili a tutti, compresi i paesi del Sud del mondo, i farmaci necessari. A maggior ragione questo principio vale per una pandemia dove il pericolo è globale e colpisce tutti.
Il regolamento TRIPs prevede deroghe alla scadenza del brevetto (20 anni), ma anche licenze obbligatorie in caso di tutela della salute pubblica. Un emendamento in tal senso all’Accordo TRIPs è stato proposto alla Conferenza di Doha (2001) e accolto dal Consiglio del WTO (2003). Però solo 34 stati su 153 aderenti al WTO lo hanno accettato. Inoltre si cerca di superare le deroghe con Accordi bilaterali di libero scambio, dove le ragioni del diritto alla salute sono soppiantate da ragioni economiche generali. (1)
Il conflitto tra proprietà intellettuale e diritto alla salute non è risolto, tuttavia qualche spiraglio esiste. Perché l’Unione Europea non punta a ottenere una licenza a vantaggio di tutti, visto il pericolo globale di questa pandemia? E perché non ha sottoposto al giudizio dell’EMA il vaccino russo o quello cinese che, tra l’altro, erano pronti prima di quelli occidentali, invece di cominciare a prendere contatti tardivamente solo in questi giorni?

L’intera partita della salute non può essere gestita né da privati né con criteri discutibili di geopolitica. Ai diritti umani fondamentali devono corrispondere beni comuni dell’umanità perché unico è il genere umano. Fuori, dunque, i vincoli geopolitici e le leggi di mercato. Utopia? Sì, ma le utopie servono a indicare la strada da percorrere.

Per approfondimenti:
(1) Accordo TRIPs e diritto alla salute

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