Liberi e felici in un mondo diseguale?

Gabriella Carlon
8-06-2024
Si è sottolineato, in altro articolo, come la libertà individuale sia strettamente legata alla disponibilità finanziaria. Eppure questa dipendenza censitaria sembra così naturale che passa tranquillamente inosservata e inavvertita anche da parte di chi la subisce. Tanto che generalmente quasi tutti sono “felici” di vivere nel mondo libero.
Le ragioni che concorrono a creare l’illusione della libertà sono di varia natura e fanno accettare serenamente i vincoli che pur non permettono di godere della libertà su tanti aspetti essenziali dell’esistenza.
Una prima ragione è che sembra del tutto naturale che esista la diseguaglianza: “poveri e ricchi ci sono sempre stati” è un pensiero comune che, per altro, rispecchia millenni di storia. “I poveri li avrete sempre con voi” lo dice anche il Vangelo. Pare che sia proprio impossibile concepire una società di uguali.
Tale convinzione, già ben radicata, è fortemente enfatizzata dall’ideologia dominante del merito: esistono persone più intelligenti, più volonterose, più efficienti, più impegnate. È dal merito che derivano la loro maggiore ricchezza e la loro maggiore libertà.
Purtroppo l’esperienza dimostra che solo in pochissimi casi conta il merito: di solito sono le condizioni di partenza, di nascita, che determinano il livello economico e la conseguente libertà di scelta. Certamente non è più, come un tempo, l’origine aristocratica a costituire certi diritti, ma sicuramente il censo determina molte scelte: basterebbe controllare, in ambito scolastico, quale percentuale di alunni di famiglia modesta frequentano il liceo classico piuttosto che un istituto professionale a breve termine. Dobbiamo pensare che sia falsa l’affermazione “tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali…” con cui si apre la Dichiarazione universale dei diritti umani -1948? E che il buon Dio privilegi gli eletti – i più ricchi, fornendo loro più talenti?
Per non parlare di chi ritiene scientificamente dimostrato che l’intelligenza sia distribuita addirittura in funzione del colore della pelle, ma speriamo che simili teorie non abbiano gran seguito e che si pensi piuttosto che sono le condizioni ambientali a sviluppare maggiormente i talenti.

Inoltre bisognerebbe chiedersi se sia giusto premiare il merito e fondare su di esso l’organizzazione sociale. Considerare il merito l’unica discriminante comporta la creazione di una società fortemente competitiva, non solidale e non collaborativa, dove ci saranno necessariamente ricchi e poveri, vincitori e vinti. Ma i vinti non potranno sentirsi inclusi e partecipi, per loro non ci saranno, di fatto, pari diritti e pari dignità. Stante anche la considerazione negativa di cui godono lavori meno prestigiosi di altri, peggio remunerati, anche se socialmente indispensabili e di grande valore. Sembra che l’antica contrapposizione tra lavoro manuale e otium della società schiavistica o la distinzione medievale tra Arti liberali e Arti meccaniche sia tuttora vigente nella nostra configurazione sociale. Ma questa visione può essere confacente a una società giusta dove ciascuno possa liberamente realizzare la sua umanità e il suo progetto di vita?
La formulazione più “ugualitaria” della teoria del merito prevede che si creino pari opportunità, cioè uguaglianza dei punti di partenza. Ma anche questa è una grande illusione. Anche ammesso che la scuola possa correggere le disuguaglianze di natura culturale (mentre purtroppo sembra che le sancisca, come denunciava don Milani), come si può pensare di creare pari opportunità tra ambienti, relazioni, situazioni extrascolastiche del tutto disuguali?

Un aspetto singolare della ideologia del merito è la teoria del farsi “imprenditore di se stessi”. Non esisterebbero più il ceto (si può ancora dire la classe ?) dei lavoratori e quello degli imprenditori, perché ciascuno sarebbe imprenditore di se stesso, cioè dovrebbe inventarsi il lavoro e gestirsi come impresa: saremmo tutti imprenditori che, individualmente, entrano nella grande competizione gestita dal mercato. Chi ha un’impresa mette sul mercato la merce prodotta, gli altri mettono sul mercato se stessi: i propri talenti, le proprie capacità, le proprie conoscenze. Così la mercificazione della persona umana è portata a compimento. Si prefigura una società fatta di individui con un’unica dimensione, quella economica, protesi a ottenere il miglior prezzo per la propria “imprenditorialità”. Forse questa è la peggior conseguenza del neoliberismo selvaggio imperante: aver ridotto il valore della persona umana al puro valore di mercato, escludendo altri orizzonti, culturali, affettivi, relazionali, che possono dare senso all’esistenza.

Pertanto alla ricerca in cui ciascuno si impegna, che è ricerca del ben vivere e della felicità, si risponde col consumismo: il più largo consumo di beni è l’indice della realizzazione piena e compiuta dell’individuo. A convincerci della verità di tale assunto ci pensa la pubblicità pervasiva che, ossessivamente ripetuta da tutti i possibili mezzi di comunicazione, va ad occupare gli spazi del nostro pensiero. Il consumo di beni diventa il fondamento della felicità. Non importa se si tratti di beni essenziali o di beni superflui che soddisfano desideri indotti dalla pubblicità stessa, se siano beni a vantaggio del bene comune o beni che incrementano il PIL nazionale non importa come. Il concetto di “prosperità senza crescita” gode di scarsa diffusione perché la quantità di beni consumati è vissuta come la forma principe di libertà. E la prospettiva di sempre maggiori consumi individuali è la speranza per il futuro, ciò che dà senso al vivere. Chiusi in questo cerchio ci sentiamo “liberi” e felici.

_______________________________________________________________________________________

Disclaimer e note legali (clicca per leggere – puoi rivendicare diritti di proprietà su riferimenti e immagini)
_______________________________________________________________________________________

 

Politica