Se la foresta amazzonica collassa il mondo le andrà dietro

Una recente ricerca basata su osservazioni satellitari segnala che la foresta pluviale è vicina al collasso. Gli scienziati non si spingono a prevedere quando ciò accadrà, ma il loro grido ha risuonato come un monito drammatico ai governanti della Terra.

Eraldo Rollando
25-03-2022
Le vicende belliche in Ucraina dimostrano che solo di fronte ad una minaccia “tangibile”, reale i governi del Mondo riescono a vedere più lucidamente come un fenomeno locale possa trasformarsi in una minaccia globale.
Quando si parla di crisi climatica tutto sembra evaporare, lasciando in eredità liste di promesse seguite spesso da distinguo, sottolineature e ragioni cariche di molti alibi. Nell’ottica di “uno sguardo lungo” il Presidente del Consiglio Draghi molto opportunamente ha richiamato i suoi Ministri e gli amministratori regionali e locali a non farsi distrarre dalla pur grave e triste vicenda ucraina  e a proseguire nel rispetto delle attività richieste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), delle quali il “recupero” dell’ambiente è una componente essenziale.
Indubbiamente il mondo del ventunesimo secolo è estremamente complicato e interconnesso, tale da rendere ardua e non rapida l’implementazione di soluzioni che siano condivise da tutti, avendo poco senso l’adozione delle stesse da parte di pochi singoli Stati, quand’anche fossero le più dure e incisive.
Come detto, non si può non rilevare una certa sordità di molti governanti all’ascolto delle parole della scienza. Una recente dimostrazione si è vista a seguito della pandemia da Covid 19: tutti i popoli dovrebbero essere vaccinati allo scopo di bloccare il virus su scala mondiale per “obbligarlo” a perdere la sua forza aggressiva, ma i vaccini sono disponibili solo per chi li può pagare, chi non può …  E sulla liberalizzazione, anche temporanea, dei brevetti si sono ascoltati i “non possumus”, in nome dei costi della ricerca.
Ora, non da poco tempo si parla della foresta amazzonica e se ne parla con toni e report sempre più preoccupati da parte di uomini di scienza, che non hanno rinunciato a fare sentire la loro voce in ogni circostanza e ambito.
L’ultimo appello dai toni drammatici lo lancia Niklas Boers dell’Università Tecnica di Monaco in Germania con uno studio pubblicato dalla rivista Nature Climate Change  dal titolo “Pronounced loss of Amazon rainforest resilience since the early 2000s”Perdita pronunciata della resilienza della foresta amazzonica dall’inizio degli anni 2000 –  nel quale ha esaminato i dati satellitari sulla quantità di vegetazione dell’Amazzonia incontaminata dal 1961 al 2016.
Lo riporta il quotidiano britannico The Guardian in un servizio del 7 marzo 2022 a firma del redattore per l’ambiente Danian Carrington.
In breve, Boers segnala che “la deforestazione e il cambiamento climatico, attraverso l’aumento della lunghezza della stagione secca e della frequenza della siccità, potrebbero aver già spinto l’Amazzonia vicino a una soglia critica di deperimento della foresta pluviale … La resilienza si sta perdendo più velocemente nelle regioni con meno precipitazioni e nelle parti della foresta pluviale che sono più vicine alle attività umane. Forniamo prove empiriche dirette che la foresta rischia di morire, con profonde implicazioni per la biodiversità, lo stoccaggio del carbonio e il cambiamento climatico su scala globale”. In altre parole, ciò significa che per gli effetti sopracitati potremmo essere vicini ad un punto di non ritorno oltre il quale nessun provvedimento umano potrebbe riportare la foresta pluviale alle sue originali funzioni di regolatrice del clima del Mondo.
Lo studio, basato sulle osservazioni satellitari degli ultimi trent’anni, ha sostanzialmente ribaltato gli studi precedenti, realizzati con modelli computerizzati, che segnalavano la possibilità che la foresta potesse regredire dal degrado in cui si trovava,  con l’adozione su scala planetaria di opportune contromisure. A questi studi sono seguite dichiarazioni d’intenti da parte delle autorità internazionali che prevedono di ridurre, ognuno per la propria parte, le emissioni gas serra dei quali la  CO2   è la parte preminente, responsabili dell’innalzamento della temperatura del pianeta, con tempi che per qualche Stato arrivano al 2060.
Alcuni giorni prima che venisse pubblicato lo studio dell’Università Tecnica di Monaco, un analogo allarme è risuonata con la voce dei 195 membri dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’organismo delle Nazioni Unite per la valutazione della scienza relativa ai cambiamenti climatici.
ll presidente dell’IPCC Hoesung Lee, ha sottolineato che “Questo rapporto è un terribile avvertimento sulle conseguenze dell’inazione. Mostra che il cambiamento climatico è una minaccia grave e crescente per il nostro benessere e per un pianeta sano. Le nostre azioni di oggi determinano il modo in cui le persone si adattano e la natura risponde ai crescenti rischi connessi ai cambiamenti climatici. Questo rapporto riconosce l’interdipendenza tra clima, biodiversità e persone e integra le scienze naturali, sociali ed economiche in modo più forte rispetto alle precedenti valutazioni dell’IPCC. Il rapporto sottolinea l’urgenza di un’azione immediata e più ambiziosa per affrontare i rischi climatici. Le mezze misure non sono più una possibilità”. Ne dà notizia Greenreport.it in una nota del 28 febbraio 2022.

E’ pur vero che i cambiamenti climatici sembrano un argomento noioso, distante dalle persone e soprattutto difficile da capire, troppo tecnico per essere pienamente assimilato dai gestori della cosa pubblica. E’ anche vero, però, che sono ormai trascorsi trent’anni dal 1992, data della prima COP – Conference of parties (in italiano Conferenza sul clima) a Rio de Janeiro in Brasile. Sembra che in questo lasso di tempo le scelte di molti stati del mondo siano state poco lungimiranti e abbiano fatto prevalere gli egoismi territoriali, gli interessi economici e i vantaggi immediati piuttosto che preoccuparsi della salute delle future generazioni. Dimenticando che, in questa corsa tra la nostra sopravvivenza e la distruzione dell’umanità vince chi arriva prima.

In questa gara di insensato autolesionismo si è aggiunta la minaccia di una guerra ai confini dell’Europa, che rischia di trasformarsi in un conflitto di vasta portata, che condurrebbe ancora più rapidamente alla distruzione del pianeta. Speriamo che i protagonisti di questa drammatica situazione rinsaviscano e che si possa iniziare seriamente a curare i mali causati dall’uomo al nostro ecosistema.


Note:
Foto d’apertura: da InToscana.it

 

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