Sudan tra sharia e laicità

Gabriella Carlon
12-11-2020
In questi tristi tempi di pandemia, si diffonde anche il terrorismo degli attentati islamisti ad aumentare le paure e ad esasperare gli animi.
Dobbiamo però far attenzione a non lasciarci trascinare nelle polemiche interessate che sostengono la teoria del “nemico che vuole distruggere la nostra civiltà”. Pensiamo invece ai milioni di musulmani che in Europa chiedono solo di lavorare in pace per inserirsi nella nostra società (pur professando la propria religione), nonché alle numerose voci del mondo islamico che hanno condannato gli atti terroristici. L’Islam è variegato.

A nostra consolazione, ricordiamo quanto sta avvenendo in Sudan, anche perché queste notizie non sono molto circolate nei media. Dopo 30 anni di dittatura di Omar al-Bashir, che fondava la legge civile sulla sharia, a seguito di una rivolta popolare ha preso il potere un governo provvisorio costituito dai militari, dopo un difficile compromesso con i ribelli civili. Tale governo, presieduto da Abdalla Hamdok, ha intrapreso una serie di riforme che, con lo slogan “governo laico”, mirano a scindere sharia e legislazione civile. Le conseguenze più rilevanti riguardano la libertà di religione e lo status delle donne.
Si permette di cambiare religione senza incorrere nel reato di apostasia, che comporterebbe la pena capitale, e si ammettono luoghi di culto diversi dalle moschee.
Per quanto riguarda le donne, sono abolite la soggezione a un maschio di famiglia e la fustigazione per abbigliamento improprio, ma soprattutto diventa reato, punibile con tre anni di reclusione, la mutilazione degli organi genitali femminili.
Ovviamente non basta cambiare le leggi per sradicare un costume largamente diffuso: secondo dati ONU l’87% delle donne sudanesi è stata sottoposta a questa pratica. Tuttavia si apre una speranza su un futuro di maggior rispetto dei diritti umani fondamentali.

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