È morto Angelo Del Boca, pioniere degli studi sul colonialismo italiano

Adriana F.
25-07-2021
Nessuno storico, prima di lui, si era seriamente impegnato a studiare in modo critico e sistematico la storia delle imprese coloniali italiane. Angelo Del Boca ha avuto il merito di indagare su quegli eventi e di svelare che il mito degli “italiani brava gente” non aveva alcun fondamento nemmeno nell’ambito delle campagne in Africa Orientale e in Libia. La versione ufficiale, un tempo avvalorata da personaggi non sempre in buona fede, era una narrazione edulcorata di una realtà ben diversa.
Nato a Novara nel 1925, Del Boca è morto nel capoluogo piemontese il 6 luglio scorso. È stato giornalista, storico e saggista, ha insegnato storia contemporanea all’Università di Torino ed è stato insignito di tre lauree honoris causa dalle università di Torino (2000), Lucerna (2002) e Addis Abeba (2014). In gioventù aveva conosciuto il fascismo dall’interno, essendosi arruolato nella Repubblica Sociale Italiana nelle fasi finali della seconda guerra mondiale per evitare che i familiari, per il suo rifiuto a rispondere alla leva, subissero ritorsioni da parte delle autorità della Repubblica di Salò. Nel 1944 aveva disertato e si era unito alla Resistenza contro i nazifascisti.
Dopo la guerra iniziò la carriera di giornalista: fu caporedattore del settimanale socialista Il Lavoratore di Novara, inviato speciale della «Gazzetta del Popolo» e lavorò per il quotidiano «Il Giorno» di Enrico Mattei. Dagli anni Ottanta si dedicò quasi interamente alla ricerca storica sul colonialismo italiano.
I suoi studi in questo ambito lo portarono a raccogliere innumerevoli testimonianze di chi era stato presente ed era sopravvissuto agli attacchi armati degli invasori, e ciò gli consentì di ricostruire un quadro lucido e realistico di quanto era effettivamente accaduto durante le guerre in Africa Orientale e in Libia. Ma per dimostrare la veridicità della sua ricostruzione storica, non si accontentò della memoria dei vinti e si impegnò in una meticolosa ricerca di documenti ufficiali che rivelassero le responsabilità della catena di comando che aveva guidato le operazioni meno nobili (o addirittura efferate) degli invasori. «Del Boca trovò e divulgò i telegrammi che Mussolini aveva inviato ai comandanti militari Graziani e Badoglio in cui veniva autorizzato l’uso di armi chimiche – già allora messe al bando dalla Convenzione di Ginevra – come l’iprite, il fosgene e l’arsina, gas tossici responsabili di dolorose ustioni e soffocamento. Mussolini, scrisse Del Boca, per conquistare l’Etiopia “pensava perfino di ricorrere alla guerra batteriologica, anche se sapeva perfettamente che nessuno al mondo l’aveva mai praticata”» (Il Post, 7/7/2021) 

Il primo saggio che fece scalpore fu La guerra d’Abissinia 1935-1941, uscito nel 1965. Fino ad allora nel nostro Paese gli accademici si accontentavano delle narrazioni rassicuranti divulgate dal regime e ancor più enfatizzate nel secondo dopoguerra. “Quel libro, che parlava di soprusi, violenze e stermini, fu un primo sasso lanciato contro il muro di omertà sulle responsabilità italiane nella corsa fascista all’Africa. Una sassata dirompente non solo perché ineccepibile dal punto di vista storiografico, ma anche perché, ed era una bella novità per l’Italia del tempo, scritto benissimo.” (Francesco Filippi, Micromega, 7/7/ 2021)
Tra i numerosi libri scritti da Del Boca nel corso degli anni, un grande successo editoriale è stato “Italiani, brava gente?”, uscito nel 2005 e apprezzato perfino dal grande pubblico. Nelle sue pagine l’autore smonta sistematicamente i falsi miti e toglie il velo a tutte le diverse “guerre sporche” dell’Italia, incluse quelle post-unitarie e in età giolittiana.
L’evidenza delle verità rivelate impresse una svolta decisiva alle ricerche storiografiche di altri studiosi, ma ebbero forti ripercussioni sulla vita dell’autore, che fu bersagliato dalle critiche dell’estrema destra e rischiò di essere portato in tribunale. Famoso, al riguardo, lo scontro con Indro Montanelli, che nel 1935 si era arruolato come volontario in Etiopia e aveva sempre negato l’uso di gas asfissianti, ma che alla fine dovette arrendersi di fronte alle prove inconfutabili presentate da Del Boca.
Questa diatriba fu una grande lezione non solo come modello di ricerca sgombro da pregiudizi, ma anche per lo studio del complicato rapporto tra storia e memoria, perché dimostrò in modo inequivocabile che, in particolari situazioni, nemmeno le evidenze fattuali possono intaccare e screditare le narrazioni consolatorie inventate di sana pianta per nascondere la realtà di un passato non gradito. Un fenomeno sociologico e culturale che impedisce di fare i conti con la propria storia e di trarne seri motivi di riflessione.

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