I mass media tra notizie vere e fake news

L’informazione ha una grande importanza nella nostra vita, è innegabile, essa ci fornisce i parametri mediante i quali noi leggiamo il mondo che ci circonda, contribuisce a formare la nostra opinione e ci induce ad agire in un modo piuttosto che un altro. Non possiamo sottovalutare il potere che l’informazione ha su di noi: ogni volta che d’istinto giudichiamo qualcosa o qualcuno come sbagliato, siamo realmente convinti di essere veramente noi la fonte di quel giudizio?
Come si è arrivati, ad esempio, alle odierne forme di comunicazione politica? Perché gli elettori finiscono con il credere a notizie inventate di sana pianta per screditare un partito politico avversario?
Tutto è iniziato con gli studi psicologici sulle motivazioni profonde che influenzano le scelte individuali al di là delle ragioni oggettive della scelta, sia rispetto agli acquisti di beni di consumo che per le preferenze culturali e politiche.

Giulia Uberti
30/09/2020
È alla Fiera mondiale di Londra del 1851 e a quella di Parigi del 1855 che vengono introdotti nelle esposizioni i beni di consumo: la maggiore disponibilità di denaro nelle tasche della gente comune e il minor costo dei prodotti (grazie all’industrializzazione) rendeva possibile l’acquisto dei beni prodotti dalle nuove industrie. L’esibizione di Parigi preannunciò anche il potere di penetrazione del cinema che tra il 1900 e il 1914 divenne un medium di massa.
Nel periodo compreso fra il 1870 e il 1920 si assiste a un’intensificazione dei rapporti tra i fisici, l’industria e la scienza applicata: numerosi docenti di fisica e di chimica lavorarono, infatti, come consulenti per le industrie o contribuirono per proprio conto alla risoluzione di problemi tecnologici. Fra i settori industriali che maggiormente necessitavano delle competenze proprie dei fisici spiccavano l’industria elettrotecnica (trasmissioni radiofoniche), in veloce espansione, e quella delle comunicazioni elettriche (telefono) insieme all’industria chimica, che attirò a sua volta molti ricercatori chimici.
Si iniziò a capire l’importanza della “propaganda” attraverso la stampa fin dalla Prima Guerra Mondiale. Wilson istituì la Commissione Creel con lo scopo di entrare in guerra contro la Germania, e riuscì a trasformare l’opinione pubblica da una massa pacifista a una folla isterica e guerrafondaia. Questo esempio, il primo nella storia contemporanea, ci fa capire come già agli inizi del ‘900 si era capito quanto fosse importante portare l’opinione pubblica dalla propria parte.
In questo periodo nasce la pubblicità come industria. Le precondizioni immediate che rendono possibile tale sviluppo sono la crescita dei redditi e del tempo libero e la moltiplicazione dei beni di consumo. I mezzi pubblicitari più diffusi erano inizialmente i giornali, e poi le riviste, entrambi dipendenti dagli introiti pubblicitari.
Nel secolo scorso nasce anche “La Scienza della Comunicazione” il cui obiettivo è quello di misurare gli effetti dei mass media sulla popolazione al fine di scoprire le tecniche più efficaci per influire sugli individui.
Tale Scienza è utilizzata nel marketing, nelle pubbliche relazioni e nella politica. La comunicazione di massa sembra essere strumento necessario per assicurare la funzionalità di un sistema democratico, ma può essere anche uno strumento indispensabile per i regimi autoritari. Tutto dipende dal suo utilizzo. Mai come nel momento in cui viviamo, l’informazione ha raggiunto le persone in modo tanto capillare attraverso una moltitudine di canali.
Ma i mass media ci possono davvero influenzare? Certamente sì, ed è innegabile l’importanza dei mass media. Grazie a loro è possibile trasmettere informazioni, cultura, notizie di svago, sport e molto altro di ciò che avviene in qualsiasi parte del mondo, oggi considerato un “villaggio globale”. Purtroppo insieme agli aspetti positivi ci sono anche quelli negativi. I mass media sono in genere proprietà di pochi che attraverso varie società ne mantengono il controllo. Da qui è facile pensare che se qualcuno decidesse di trasmettere valori alternativi o negativi nei confronti del patrimonio culturale di una nazione, ciò potrebbe avvenire senza troppe difficoltà. Da anni diversi studiosi si confrontano e discutono sul tema da fronti distinti: i cosiddetti “apocalittici” vedono i media solo come manipolazione, persuasione occulta e distorsione di tutta la realtà; altri ci rassicurano che non c’è nulla di cui temere e che viviamo nel migliore dei mondi possibili.

Nella prima metà del ‘900 Edward Bernays, pubblicitario statunitense di origine austriaca, è stato uno dei primi a elaborare metodi per utilizzare la psicologia del subcosciente al fine di manipolare l’opinione del pubblico. Nel 1929 pubblicò il libro “Propaganda” con il quale divulgava il concetto di pubblicità legato alla manipolazione dell’inconscio. Trasferendo i principi della “Propaganda” in chiave politica nasceva la consapevolezza che chi è in grado di utilizzare gli strumenti appropriati può avere un potere invisibile capace di orientare gli elettori, e quindi le nazioni. Bernays fu sempre fedele al suo assioma fondamentale: “Controlla le masse senza che esse lo sappiano: le pubbliche relazioni riscontrano i loro miglior successi con la gente quando non sa che sta venendo manipolata”.

Sempre nel secolo scorso (1931/1963) un’altra figura importante di riferimento per le analisi politiche fu Walter Lippmann, giornalista americano, vincitore di 2 premi Pulitzer, diventato famoso per la sua frase: “ Quando tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa molto”. La sua opera più importante, base per gli studi di sociologia della comunicazione, è “L’opinione pubblica”. Lipmann attuò la tecnica dell’ascolto e dei sondaggi in modo da monitorare continuamente la sensibilità e i desideri dell’opinione pubblica. Questo non per andare incontro ai desideri della gente, ma per creare nuovi argomenti che potessero convincerla a seguire le sue indicazioni; egli credeva che la democrazia non potesse essere lasciata ai capricci del popolo, ma dovesse essere guidata da una “elite di illuminati”.
Prima degli anni ’60, la TV viene descritta come uno strumento utilizzato per plasmare e narcotizzare le masse. Solo intorno agli anni ’60 si incominciò a scorgere posizioni meno pessimistiche. Herbert M. Mc Luhan, sociologo e filosofo, contribuì a tale cambiamento sostenendo la necessità di “riconoscere il ruolo fondamentale della TV nel rendere la società meno rigida e più multidimensionale” grazie alla combinazione di comunicazione verbale e visiva. Nel 1968 si teorizza una “agenda setting” politica che prevedeva come i mass media potessero presentare le notizie in modo da influenzare il pensiero della gente. Il concetto dell’agenda è un insieme di argomenti che vengono comunicati seguendo una precisa gerarchia d’importanza e di tempo ad essi dedicato: i mezzi d’informazione si concentrano di più su alcuni eventi tralasciandone altri e in questo modo trasferiscono al pubblico l’ordine del giorno contenuto nella loro agenda.
È dei giorni nostri … l’ammissione di Facebook: “Il Social è utilizzato per manipolare l’opinione pubblica”. Aprile 2017.
L’informazione crea opinione pubblica, perché ogni tipo di informazione trasmessa ha la capacità di modellare il nostro modo di pensare. Tutta la realtà è plagiata già dalla scelta del tema trattato. Per esempio: parlare di pericolo incute paura e insicurezza, quindi suscita interesse su temi quali protezione e difesa, e genera approvazione per aver trasmesso il servizio su questo argomento. Perfino l’azienda Facebook in un Report denuncia “… la presenza di account falsi vennero utilizzati per diffondere informazioni mirate, anche nelle ultime elezioni Usa”.
L’argomento è quanto mai caldo, considerando anche quanto sta accadendo negli USA, dove è stato chiesto l’impeachment contro il presidente Donald Trump, accusato di essere stato aiutato nelle presidenziali del 2016 da hacker ucraini. Il sospetto era (e rimane) che, in quell’occasione, siano state utilizzate delle tecniche di disinformazione per inquinare il dibattito politico, a scapito del bacino elettorale dei democratici (ispanici, afroamericani, messicani).
Per l’Italia la situazione non è diversa, nel giugno scorso (2020) recenti ricerche evidenziavano che per l’87% degli italiani i social non offrono più opportunità di apprendere notizie credibili e l’82% degli utenti non è in grado di riconoscere una bufala sul web. Nella Tavola rotonda tenutasi il 12 marzo di quest’anno al Palazzo dell’Informazione di Roma sul tema “True news, good news. Salute e Informazione, quando la verità è più di un consiglio”, i relatori hanno più volte sottolineato quanto sia necessaria una alfabetizzazione digitale attraverso la quale imparare a utilizzare i social media e, contestualmente, imparare a difendersi dall’inevitabile mole di notizie false che essi veicolano.
La problematica delle fake news è tale che proprio il 3 ottobre scorso è stato creato un protocollo di intesa tra l’Università di Padova e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) per avviare un rapporto collaborativo di lotta contro le false notizie e per avviare un percorso formativo multidisciplinare che fornisca a tutti, ma soprattutto a chi fa informazione, gli strumenti necessari a contrastare le fake news e la disinformazione. Secondo un nuovo rapporto dell’Oxford Internet Institute (Oil), dal 2017 a oggi la manipolazione dei social è più che raddoppiata. Il rapporto costituisce il lavoro di tre anni di monitoraggio sullo stato della disinformazione veicolata dai social media nel mondo. Esso rivela le azioni in atto per diffondere informazioni deviate sui social network attraverso l’uso di algoritmi, automazione, big data, al fine ultimo di manipolare la sfera pubblica.
Secondo il rapporto dell’Oil risulta che 70 Paesi usano la propaganda computazionale per manipolare l’opinione pubblica; 48 Paesi – rispetto ai 28 in passato identificati – praticano una manipolazione dei social media formalmente “organizzata”; 26 Paesi autoritari hanno entità governative che hanno usato la propaganda computazionale come strumento di controllo dell’informazione per condizionare l’opinione pubblica e la libertà di stampa, screditare critici e oppositori e reprimere il dissenso.
Il fenomeno è in crescita quantitativa e in termini di pericolosità per la democrazia se si pensa all’attività svolta da singoli soggetti o da partiti politici che diffondono disinformazione e fake news in occasione di elezioni. Il rapporto, a tale proposito, riferisce che almeno 45 Paesi hanno utilizzato strumenti di propaganda computazionale per inventare finti follower o diffondere informazioni manipolate per incrementare il sostegno elettorale (le stesse strategie impiegate durante la Brexit e durante le elezioni Usa del 2016).
Attacchi transnazionali di disinformazione, veicolati principalmente attraverso Facebook e Twitter, vengono di continuo perpetrati da potenze straniere, Cina e Russia in primis, seguite da India, Pakistan, Russia, Arabia Saudita e Venezuela.

 

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