Terenzio Lomi
03-02-2026
Costruttori di pace, certamente. E chi non vorrebbe vivere in pace? Non sempre si riesce a farlo, purtroppo, e infatti la storia umana è costellata di speranze pacifiste disattese, da cruente battaglie e da infinite guerre. Attualmente siamo testimoni di svariati conflitti (Gaza, Ucraina, Sudan, Birmania, Etiopia), ma appelli, manifestazioni pacifiste, pressioni attraverso istituzioni internazionali difficilmente riescono a far desistere i paesi coinvolti nelle ostilità. L’inutilità della guerra è nota a tutti ma difficilmente l’umanità riesce a farne a meno per risolvere i problemi politici ed economici. La violenza è un sentimento spesso predominante in molte situazioni della vita umana, dai rapporti familiari ai conflitti su larga scala. Le famiglie sono diventate ambiti di forti tensioni, a volte con epiloghi tragici al loro interno. Per cercare di capire questa escalation di aggressività bisognerebbe analizzare il modo di rapportarsi con il prossimo che nella società odierna è sorretto principalmente da modelli di comportamento che emulano atteggiamenti di prepotenza, prevaricazione, scarsa empatia e poco rispetto per la vita. Il modello ideale sembra essere quello di un individuo forte, ricco, di bell’aspetto, saccente, prevaricatore. D’altronde appare evidente che gran parte del mondo attuale è governato da uomini energici (Trump, Putin, Nehtaniau Erdogan, Al Sisi, Maduro, e via dicendo): grandi illusionisti di folle, divulgatori di false speranze e false verità da propinare alla popolazione, spesso inconsapevole che delegare questi personaggi a rappresentare i propri interessi può diventare alquanto pericoloso per le libertà acquisite nel corso della storia.
Purtroppo non c’è bisogno di andare a Gaza o a Kiev o a Tripoli per assistere ad esecrabili violenze di ogni genere. Anche nei nostri civili e democratici Paesi si verificano spesso episodi di violenza efferata, con cadenza quasi quotidiana, verso i più deboli (bambini, donne, anziani, indigenti, immigrati). Le violenze vengono perpetrate nei più svariati ambiti del vivere sociale: in famiglia, nel lavoro, a scuola, nello sport, e perfino fra i giovani, oggi assidui fruitori di social media e quasi avulsi dalla realtà che sta loro intorno: nella loro solitudine interiore è facile che vengano indotti a privilegiare atteggiamenti violenti e dissociati.
La speranza per il futuro è che qualcosa di non immaginabile oggi possa condurli a rivalutare e a coltivare sentimenti di pace e fratellanza. Ma per far attecchire questi sentimenti bisogna preparare un terreno di coltura fatto di tolleranza, rispettando la sacralità della vita, anteponendo sentimenti di amore a quelli di odio e bandendo l’egoismo dalle nostre vite. Istruttivo ed edificante è rileggere un vecchio libro di Hannah Arendt dal titolo: “La banalità del male” dove vengono ribaditi con forza vecchi, ma sempre attuali concetti, sottolineando come il male viene perpetrato nel susseguirsi dei secoli da parte di uomini verso altri uomini, negligentemente incapaci di trarre insegnamento dalle passate tragedie della storia.