Clima: il doppio gioco delle grandi compagnie d’oltre oceano

Tra coloro che contrastano sottobanco le leggi per il clima proposte dal nuovo governo degli Stati Uniti ci sono anche aziende leader su scala globale che realizzano profitti da capogiro. E in Europa qualche gigante del fossile gioca a carte scoperte contro le misure antinquinamento.

Adriana F.
18-10-2021
A puntare il dito contro i principali colossi statunitensi che stanno “barando” è Oliver Milman sulle colonne del  Guardian (vedi).  In un articolo del primo ottobre il giornalista riferisce quanto emerso  da una recente indagine del Gruppo di controllo Accountable.US,  un osservatorio apartitico che monitora i soggetti politici e gli interessi particolari contrari al progresso, e quindi “responsabili di aver ingannato il popolo americano”.
Dall’ultima analisi risulta infatti che Apple, Amazon, Microsoft e Disney sostengono lobby e organizzazioni aziendali  che di recente si sono mobilitate per opporsi alla proposta di legge dei democratici, che prevede di destinare un budget di 3,5 trilioni di dollari a un complesso di misure tese ad abbattere i gas responsabili dell’effetto serra.
Il fatto di supportare le lobby che tramano contro le leggi a favore del clima è in netta contraddizione con ciò che quelle grandi compagnie dichiarano ufficialmente per mantenere un buon livello di immagine agli occhi dei loro clienti e degli ambientalisti in generale.
Jeff Bezos, fondatore di Amazon e presente nel settore del turismo spaziale, con un fatturato di 386 miliardi di dollari nel 2020, ha definito la crisi climatica la “più grande minaccia per il nostro pianeta”  e si è impegnato a ridurre le proprie emissioni a zero entro il 2040. Analogamente Microsoft (143 miliardi di dollari nel 2020) ha promesso di raggiungere zero emissioni di carbonio entro dieci anni. Anche Disney, altra compagnia multimiliardaria, si rivolge ai soggetti “green” del proprio target dichiarando di voler arrivare a utilizzare solo elettricità da fonti rinnovabili entro un decennio.
Lo stesso atteggiamento ambiguo  si è registrato da parte di Intuit, United Airlines e Deloitte, anche loro impegnate a tramare  nell’ombra, pur avendo promesso di ridurre le emissioni.
Pare che nessuna delle aziende interpellate sull’argomento abbia dichiarato di considerare illegittima l’azione dei gruppi di pressione di cui fanno parte, né di avere intenzione di interrompere i propri legami con questi gruppi. La Camera di Commercio statunitense ha addirittura asserito  che farà  “tutto il possibile per impedire che diventi legge questo disegno di riconciliazione che aumenta le tasse e  uccide il lavoro”. Ancora più esplicita la posizione del gruppo Business Roundtable, che si è detto “profondamente preoccupato” per questa proposta di legge, soprattutto perché aumenterebbe le tasse sulla ricchezza. Quest’ultima organizzazione riunisce molti  amministratori delegati d’azienda, tra cui Sundar Pichai, a capo della società madre di Google Alphabet, Darren Woods, amministratore delegato del gigante petrolifero Exxon, e lo stesso Tim Cook di Apple, che pure risulta aver chiesto pubblicamente ai governi e alle imprese un’azione più forte per l’emergenza climatica.

Sempre in tema di opposizione contro le leggi in favore del clima, c’è anche chi ha intrapreso azioni di ben altra portata in difesa dei propri interessi. Ne parla Veronica Ulivieri in un interessante articolo pubblicato su Altreconomia (vedi), a cui si rimanda per i dettagli. La notizia riguarda due colossi tedeschi del carbone, RWE e Uniper, i quali non solo hanno continuato imperterriti la loro attività. ignorando l’Accordo di Parigi del 2015, ma oggi stanno intentando una causa legale contro il governo olandese. Obiettivo: ottenere compensazioni miliardarie per le perdite che subiranno in seguito alla legge di quello Stato, che due anni fa ha messo al bando l’uso del combustibile fossile a partire dal 2030.
E c’è di più. Negli accordi preliminari con diverse aziende analoghe, le autorità olandesi hanno sottoscritto alcune clausole che prevedono sostanziosi rimborsi in caso di chiusura o di  smantellamento.

Tutto ciò genera serie preoccupazioni rispetto all’esito degli accordi internazionali sul clima, già di modesta entità rispetto all’urgenza dei problemi attuali. Viene da chiedersi cosa accadrà se i budget nazionali, oltre a dover finanziare i progetti di innovazione virtuosa delle imprese, dovranno anche  risarcire chi ha accumulato miliardi, restituendo poco o nulla agli Stati o addirittura fruendo di particolari agevolazioni. Il timore è che una simile prospettiva, se non regolamentata a livello sovranazionale, possa avere gravi conseguenze per le finanze di molti Paesi e per la loro stabilità politica e sociale.


Nota: l’immagine d’apertura è tratta da Wikipedia

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