Cuba: qualche riflessione

Gabriella Carlon
09-09-2021

“Eppure, per il frate domenicano, Cuba resta una fonte di ispirazione per tutti coloro che «lottano per un mondo più giusto». Perché è vero, scrive, che chi è ricco e va vivere a Cuba «conoscerà l’inferno», non potendo permettersi tutti i lussi a cui è abituato né «sfruttare il lavoro altrui», e chi appartiene alla classe media «vivrà il purgatorio». Ma per chi è povero, senza casa e senza terra, sarà come andare «in paradiso»: cibo, casa, lavoro, istruzione e assistenza sanitaria. Ed è per questo, ci dice, che Cuba merita la solidarietà degli attivisti e attiviste del mondo intero. “ (1)

I disordini e le proteste di qualche tempo fa a Cuba sono indice della difficoltà in cui si trova il paese dopo 60 anni di embargo. L’embargo viene di solito taciuto dai media, che sembrano non sapere, o non voler riconoscere, che quella è la causa fondamentale della crisi economica di Cuba. In questo clima non stupisce che l’Italia abbia votato contro la risoluzione del Consiglio dei diritti umani (ONU – 23 marzo 2021) che condanna gli embarghi unilaterali (30 voti a favore e 15 contrari). Tale risoluzione rileva che solitamente l’embargo unilaterale viene imposto dai paesi ricchi ai paesi poveri con grave danno della popolazione più povera e sottolinea che comunque l’embargo non dovrebbe mai riguardare i mezzi essenziali di sussistenza. Naturalmente l’Italia si è allineata agli USA e ai paesi ricchi, come era prevedibile.

Mi hanno fatto invece molto riflettere le considerazioni di Frei Betto (2) sopra riportate. Lasciando perdere i ricchi, che stanno su un altro pianeta, perché gli appartenenti alla classe media dovrebbero trovarsi “in purgatorio”? Perché, pur avendo cibo, casa, lavoro, istruzione e assistenza sanitaria ci si troverebbe male? Che cosa ci impedisce di apprezzare una vita sobria? Perché non ha fascino per noi una società tendenzialmente ugualitaria?
Forse non è così vero che desideriamo una società solidale, democratica nella sostanza e non solo nella forma, dove i diritti sociali siano altrettanto garantiti di quelli civili. Una società per altro  disegnata dalla nostra Costituzione.
In realtà, a dispetto delle nostre affermazioni, è un’altra la società a cui aspiriamo: una società dominata dalle disuguaglianze, che permetta l’arricchimento mediante la competizione  e l’affermazione individuale. Ma perché desideriamo essere più ricchi? Per poterci accaparrare più beni sul mercato. Non per nulla il PIL è l’indicatore principe dello stato buono o cattivo di un paese e deve essere sempre in crescita: deve continuamente crescere la produzione e di conseguenza il consumo di beni. Sappiamo che questa impostazione economica non è compatibile con le risorse del pianeta terra e che si realizza a spese di enormi ingiustizie tra gli umani, ma il modello che abbiamo  ormai introiettato prevale sul nostro pensiero razionale. L’antropologia dell’Homo oeconomicus ha trionfato, ha pervaso le nostre menti, domina le nostre vite. Sembra che solo ciò che si traduce in denaro possa governare le nostre azioni e addirittura essere fonte di felicità: concezione culturale largamente indotta dalla martellante pubblicità, al punto che ormai ci sembra del tutto naturale, non discutibile, senza alternative.
Il poter consumare scegliendo tra una vasta gamma di prodotti ci dà evidentemente una sensazione di libertà che ci riempie di soddisfazione. Forse per questo condanniamo (o assistiamo alla condanna senza proferir parola) i paesi, rari, che cercano di combattere le disuguaglianze fornendo l’essenziale a tutti i loro cittadini. Anche quando non si trovassero in precarie condizioni economiche a causa degli embarghi decretati dall’Occidente, il nostro atteggiamento pubblico, ma anche privato, è di condanna di regimi che appiattiscono la società perché riducono le disuguaglianze. Probabilmente anche noi a Cuba ci troveremmo male, come dice Frei Betto.

Penso che  questa concezione culturale profonda e inconsapevole, prima ancora che economica, sia l’ostacolo principale alla realizzazione di un mondo altro, di un diverso modello economico, che pure a parole auspichiamo.
Dovremmo cambiare modello antropologico: pensare che il ben-essere sia un vivere sobrio, non solo perché è l’unica strada possibile per l’equilibrio del pianeta e l’armonia sociale ispirata alla giustizia, ma anche perché è lo stile che permetterebbe a ciascuno di noi di scoprire e realizzare l’umanità più vera, fatta di condivisione e solidarietà, di attenzione a ciò che è davvero essenziale. Forse riusciremmo anche a consumare meno psicofarmaci o… droghe.

I cubani, nella loro povertà, sono riusciti a darci concretamente una mano nel momento più buio della pandemia del Coronavirus (3). Quale paese occidentale ha fatto altrettanto?

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Note

(1) Leggi da  Il Manifesto

(2) Frei Betto OP (domenicano) è un teologo brasiliano. Grande sostenitore e collaboratore di Fidel Castro, si ritiene un socialista cristiano ed è un esponente della Teologia della Liberazione.
Nella intervista citata sopra analizza le cause dell’attuale crisi cubana.

(3) Lo testimonia una lettera del Sindaco di Crema Stefania Bonaldi, che ha scritto al Presidente Draghi per protestare contro il voto dell’Italia sulla risoluzione riguardante gli embarghi unilaterali.

 

 

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