E’ guerra nel corno d’Africa

G. Uberti
25-11-2020

Antefatti storici e eredità del passato
Nel lontano 1895 in seguito all’arrivo dell’esercito italiano nel Tigrè dalla vicina colonia di Eritrea scoppiò la prima guerra tra Etiopia e Italia. Fu un conflitto militare combattuto tra il dicembre del 1895 e l’ottobre del 1896.

Nel 1935, scoppiò la guerra di Abissinia (nome dell’epoca per l’Etiopia) che porterà Vittorio Emanuele III ad assumere il titolo di imperatore d’Etiopia.
La regione di Tigrè (o Tigray) era formalmente parte dell’impero etiopico ma governata di fatto autonomamente dal Ras Mangascià, fiero avversario di Menelik; nelle intenzioni del governo italiano, questa mossa doveva permettere all’Italia di acquisire una posizione di forza da cui trattare con Menelik, oltre che ampliare i confini della colonia. Le truppe italiane sconfissero i guerrieri di Ras Mangascià nella battaglia di Coatit e entro l’ottobre del 1895 avevano occupato gran parte della regione. I primi provvedimenti messi in atto furono: l’abolizione della schiavitù e la conseguente immediata liberazione di tutti gli schiavi.

Menelik era rimasto neutrale nello scontro tra gli italiani e Ras Mangascià, ma quando quest’ultimo, sconfitto, si sottomise spontaneamente, Menelik decise di intervenire. Radunato il suo esercito, forte di 100.000 uomini di cui quasi metà dotati di un qualche tipo di arma da fuoco, nel novembre del 1895, prese a pretesto l’invasione italiana del Tigrè per rompere il precedente trattato di Uccialli e muovere guerra all’Italia. Questa guerra nota anche come campagna d’Etiopia si svolse tra il 3 ottobre del 1935 e il maggio del 1936.
Le forze armate del Regno d’Italia furono sconfitte ad opera di Menelik e questo portò alla firma del trattato di Addis Abeba con il quale veniva riconosciuta la piena indipendenza dell’Etiopia.

Attuale fase conflittuale
Nell’aprile 2018 Abiy Ahmed Ali è diventato Primo ministro dell’Etiopia. Il suo arrivo al potere avviene in una delicata fase di crisi politica. Abiy Ahmed si adopera a dare una svolta rinunciando ad una zona contesa con l’Eritrea, come prevedevano gli accordi di pace del 2000 non ancora realizzati. Abiy Ahmed arriva rapidamente a siglare un accordo di pace con il primo ministro eritreo Isaias Afwerki, dopo decenni di tensioni conflitti. In politica interna si è adoperato a liberare i prigionieri politici e ha riallacciato il dialogo con gli oppositori politici in esilio.
A ottobre del 2019 Abiy Ahmed Ali viene insignito del premio Nobel per la Pace, è un premio che giunge non a fine carriera a suggello di una vita specchiata a favore della pace. Il Comitato norvegese cosi motiva questa attribuzione :”… un riconoscimento che premia gli sforzi per la pace “, compiuti dal giovane premier etiope “ … per la sua iniziativa decisiva per risolvere il conflitto sul confine con la confinante Eritrea”. La strada intrapresa Abiy Ahmed Ali è solo all’inizio ma è significativo il fatto che il premio Nobel vada solo a uno dei contraenti e non sia andato al presidente eritreo Isaias Afewerki che nel suo Paese non ha avviato un processo riformatore. Al ricevere il premio Abiy Ahmed dichiara: “Sono onorato e felice è un premio assegnato all’Africa”. Abiy Ahmed Ali appartiene al gruppo etnico oromo, ovvero all’etnia che nel paese è sì maggioritaria, ma da sempre marginalizzata.
E’ grazie al suo impulso che Etiopia e Eritrea hanno siglato lo storico accordo il 17 settembre 2018, grazie al quale sono state riallacciate le relazioni diplomatiche, riaprendo le rispettive ambasciate, e le relazioni commerciali. Il ritiro dei militari dal confine ha permesso una normalizzazione degli scambi frontalieri. Sono ripresi anche i voli e le linee telefoniche fra i due paesi, interrotte da un ventennio.
I contrasti fra Etiopia e Eritrea affondano le loro radici nelle vicende del colonialismo italiano di fine Ottocento per arrivare in crescendo a causa di istanze nazionaliste e ambizioni personalistiche. Dalla separazione dell’Eritrea, l’Etiopia è un Paese senza sbocchi sul mare.
Attualmente Abiy Ahmed Ali deve fronteggiare grosse tensioni nel Tigray, una regione settentrionale dell’Etiopia dove ci sarebbe stato un attacco ad una base militare. Accusa inoltre i miliziani tigrini di aver tentato di portar via armi e munizioni. La regione è governata dal Fronte di Liberazione Popolare del Tigray (Tplf), il partito che raccoglie i voti della minoranza tigrina, per anni al potere in Etiopia e estromessa con l’arrivo al potere dei Abiy Ahmed.

Questa guerra sembra superare i confini nazionali per un lancio di missili su Asmara. Infatti mentre il mondo era concentrato a seguire le elezioni negli USA, il 4 novembre il premier Abiy Ahmed, dopo numerose provocazioni tigrine, ha deciso di rispondere inviando delle sue truppe. Anche l’Egitto è interessato all’evoluzione di questa crisi poiché da tempo si trova ai ferri corti con l’Etiopia a causa della Diga “Grand ethiopian renaissance”.

Il presidente della regione del Tigray, Debrestion Gebremichael, ha detto ai giornalisti che il governo attacca per punire la regione per aver organizzato le elezioni a settembre. Voto definito “illegale” dal governo di Addis Abeba. Conflitto causato in relazione alle elezioni che in Etiopia avrebbero dovuto tenersi a settembre, ma rinviate a causa del Covid-19. Il governo del Tigray non d’accordo con tale decisione ha tenuto le proprie elezioni nella regione, elezioni vinte dal Fronte Popolare del Tigray e non riconosciute dal premier Abiy Ahmed che vuole affermare il controllo federale su una regione che per mesi ha sfidato il governo di Addis Abeba dichiarandolo addirittura «illegale». In Etiopia è stato di emergenza. A deciderlo è il parlamento di Addis Abeba in concomitanza con l’offensiva scatenata dalle forze armate nella regione settentrionale del Tigray.
Secondo la Costituzione etiope, lo stato di emergenza, approvato all’unanimità dalla camera bassa del parlamento, assegna al governo «tutto il potere necessario per proteggere la pace e la sovranità del Paese». Il provvedimento, che durerà sei mesi, permette ai ministri e al premier di sospendere «diritti politici e democratici».
Nel Tigray questo potrebbe portare all’istituzione del coprifuoco, a perquisizioni senza mandato, a restrizioni nei trasporti e nelle comunicazioni e alla detenzione di «qualsiasi persona che si sospetti stia prendendo parte ad attività illegali che minacciano l’ordine costituzionale». Lo stato di emergenza potrebbe anche essere esteso oltre il Tigray.
Fra Addis Abeba e Macallé (capitale del Tigray) la tensione ultimamente è diventata molto grave, impossibile da risolvere in un’azione “chirurgica” alla fine della quale la regione “Tigrina” si potrebbe adeguare alle disposizioni del governo federale. Questi giorni di conflitto hanno spinto più di 20mila persone a cercare rifugio oltre il confine, in Sudan. Secondo agenzie dell’ONU si prospetta l’ennesima crisi umanitaria della regione. Nonostante l’isolamento del Tigray causato dalla chiusura dello spazio aereo, delle linee telefoniche e della rete internet, alcuni episodi come i bombardamenti di basi militari che avrebbero fatto numerose vittime civili, o il massacro di decine, forse centinaia di persone della cittadina di Mai-Kadra, al confine con Amhara, sono arrivate ai media. Crimine denunciato da Amnesty International che ne attribuisce la responsabilità a milizie del Tigray. I profughi nei campi sudanesi ne danno una versione differente. Secondo interviste a testimoni oculari raccolte dalla Reuters, l’attacco ai civili, comprese donne e bambini, sarebbe stato fatto da milizie amhara allineate con l’esercito di Addis Abeba. E’ tuttavia impossibile finora confermare in modo indipendente i dettagli dello scontro.
La scorsa settimana un giornalista del canale arabo della televisione governativa eritrea aveva fatto circolare sui social media la notizia che l’esercito di Asmara si era ormai attestato a Badme, la cittadina simbolo della guerra di confine del 1998/2000, assegnata all’Eritrea dal tribunale dell’Aja, ma che i tigrini non avevano mai voluto restituire, neppure dopo la pace siglata tra i due paesi nel 2018. Il post, che aveva scatenato l’entusiasmo social dei nazionalisti eritrei, non è mai stato né confermato né smentito dagli interessati e, in mancanza di fonti attendibili, non è stato ripreso da nessun mezzo di informazione indipendente. Nella crisi etiopica si combatte infatti anche una guerra a colpi di false notizie e di mistificazioni, in cui è quasi impossibile districarsi. Il più difficile è capire quale sia il coinvolgimento dell’Eritrea, dato per scontato dal Tigray, ma negato dagli accusati.
Da poco più di due settimane la crisi iniziata con Etiopia e Tigray si sta ampliando coinvolgendo l’Eritrea, e il Sudan che accoglie gli sfollati. Inoltre rischia di mettere in gioco la sicurezza della Somalia e, indirettamente quella del Kenia, e forse di Gibuti.
Ed è anche possibile che il governo federale si trovi in difficoltà sul piano militare perché potrebbe aver perso il pieno controllo degli uomini del contingente del nord, di stanza a Macallé, il nerbo del suo esercito. Le autorità del Tigray hanno dichiarato che molti militari hanno disertato per unirsi alle milizie tigrine. Addis Abeba smentisce mentre le autorità sudanesi hanno fatto sapere che tra i profughi civili passati in Sudan vi è un certo numero di militarti ai quali è stato chiesto di consegnare le armi.
Per far fronte alla situazione Abiy Ahmed ha deciso di richiamare il contingente etiopico che dal 2006 era di stanza in Somalia, dove contribuiva alla stabilizzazione del paese e alla lotta al terrorismo. Il governo di Mogadiscio si trova perciò ora più esposto in un momento critico, il periodo pre elettorale – le elezioni sono previste a febbraio – mentre assiste ad un intensificarsi degli attacchi del gruppo al-Shabaab. Se in Somalia diventa impossibile controllare il territorio, anche per il Kenya diventa più difficile evitare gli sconfinamenti dei terroristi nel paese.


Approfondimenti ai link seguenti:
Il Post.it
Agi.it
Nigrizia.it
Africarifista.it – 1
Africarivista.it – 2

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