Elezioni in Sud-America

Gabriella Carlon
20-01-2021
All’inizio del millennio il Sud-America fu investito da una ventata di novità: in quasi tutti gli stati andarono al potere governi progressisti tanto che si pensò a quell’area come a un possibile laboratorio del socialismo del XXI secolo. Ma non durò molto. L’opposizione di destra si riprese rapidamente il potere con metodi talvolta discutibili sotto l’egida, come sempre, degli USA che non considerano mai tramontata la Dottrina Monroe (1823) in virtù della quale il subcontinente è considerato il cortile di casa.
Il biennio 2021-22 vede numerose scadenze elettorali che decideranno il futuro di molti stati. La fine del 2020 ha visto le elezioni in Bolivia (18 ottobre), un referendum in Cile (25 ottobre), elezioni legislative in Venezuela (6 dicembre).
In Bolivia Evo Morales, primo presidente indigeno, fu rieletto, col terzo mandato, al primo turno. Ma, dopo la proclamazione della vittoria, l’Organizzazione degli Stati Americani fece circolare la voce di brogli elettorali, attribuendoli al Movimento al Socialismo (MAS), partito al governo. “Comitati civici” col sostegno dell’esercito, nelle province più ricche, scatenarono violente proteste, tanto che Morales fu costretto a dimettersi e a fuggire in Messico e successivamente in Argentina. Il governo fu assunto ad interim da una senatrice di destra, Jeanine Anes, con il compito di indire le elezioni entro 90 giorni. Rinviate causa Covid, le elezioni si sono tenute il 18 ottobre 2020 e hanno portato alla vittoria, al primo turno col 55% dei voti, Luis Arce del partito MAS. Morales è potuto rientrare in Bolivia.
In Cile si è tenuto il 25 ottobre 2020 un referendum per la modifica della Costituzione attuale, fortemente radicata in quella voluta da Pinochet (1980). L’esito è stato ampiamente positivo, dando avvio a un processo riformatore che si concluderà con le elezioni del presidente alla fine del 2021.
In Venezuela Maduro, rieletto Presidente il 21 maggio 2018, resiste a un durissimo regime di sanzioni, volute dagli USA, che tendono a privare il Venezuela dei proventi del petrolio (come ho scritto in altro articolo). Tale contesto ha portato la popolazione più povera a privazioni anche di beni essenziali che hanno generato violente proteste: Maduro ha esercitato attraverso l’esercito una pesante repressione, tanto che un rapporto ONU rileva diverse violazioni dei diritti umani. Il presidente dell’Assemblea Nazionale Guaidò, col sostegno degli USA e dei paesi occidentali, si è autoproclamato Presidente pro tempore, in attesa di elezioni, il 23 gennaio 2019. Il 6 dicembre 2020 si sono tenute finalmente le elezioni legislative. Il partito di Maduro le ha vinte con il 67% dei voti, ma solo il 31% della popolazione si è recato al voto, in quanto il maggior partito di opposizione, capeggiato da Guaidò, ha disertato le urne, col presupposto che le elezioni sarebbero state truccate; quindi nell’Assemblea Costituente l’opposizione è rappresentata solo da alcuni partiti minori, fatto che non giova certo alla democrazia.

Nel 2021 ci saranno elezioni in Equador, El Salvador, Perù, Cile e nel 2022 in Colombia e Brasile.
Chissà quale sbocco avrà in quei paesi la crisi economico-sociale, aggravata dalla pandemia. E chissà se l’uscita di scena di Trump potrà cambiare l’atteggiamento degli USA nei confronti del Sud-America (in particolare se potrà venir meno l’asse con Bolsonaro) o se gli Stati Uniti continueranno a considerare Cuba, Venezuela e Nicaragua “stati canaglia” e a perseguire nei loro confronti la politica del cortile di casa?

Mondo