Qualche pensiero peregrino su elezioni e democrazia

 

Gabriella Carlon
14-10-2021

Il dato più preoccupante delle recenti elezioni amministrative è l’astensione. Si può ancora pensare di essere in una democrazia quando la maggioranza dei cittadini non ha votato? No. Se lo strumento fondamentale, l’esercizio del voto, viene rifiutato, la democrazia è ormai sepolta. Se poi si sommano alle astensioni le schede bianche (a Milano si aggirano tra il 2 e il 3% a seconda dei Municipi) si ha la percezione di quanto sia in pessima salute il nostro sistema politico.
Vari commentatori hanno rilevato il fenomeno, che per altro non sembra preoccupare i politici.
Mi permetto, non da esperta ma da comune cittadina, qualche riflessione sui motivi che possono aver indotto un comportamento così poco “civico”.
Forse la moltiplicazione esasperata delle liste induce poca chiarezza: che ogni piccolo gruppo si faccia la sua lista, anziché favorire la partecipazione con una maggiore offerta, provoca rigetto e disaffezione nel cittadino comune che, di fronte al “lenzuolo” che è diventata la scheda, si sente disorientato. La maggiore offerta funzionerà al supermercato, ma non alle elezioni.
La sfiducia nell’efficacia del voto può essere un altro motivo di astensione: è coscienza diffusa che ormai le decisioni vengono prese dai potentati economici piuttosto che dagli organismi politici frutto di elezione, anche se ciò potrebbe condizionare più le elezioni politiche che quelle amministrative; a livello locale forse si potrebbe sperare di poter ancora decidere qualcosa.
Altro motivo potrebbe essere la scarsa differenziazione dei programmi politici: spesso non si capisce quale sia la differenza tra le liste che si presentano, vuoi perché un linguaggio ipocrita promette quello che i sondaggi hanno detto essere importante per gli elettori, vuoi perché effettivamente i diversi raggruppamenti non hanno programmi da proporre ma slogan senza significato. Un esempio: tutti propongono “più sicurezza”, ma cosa si vuole intendere? Più sicurezza esistenziale (una casa economicamente accessibile o un’occupazione non precaria e decentemente retribuita) o più sicurezza sul lavoro (meno morti) o più sicurezza per i bambini (asili nido e scuole per l’infanzia a prezzi accessibili) o per gli anziani (case di riposo con rette adeguate alle pensioni) o più sicurezza sulle strade (lotta alla microcriminalità – vigile di quartiere) o negli spostamenti (mezzi pubblici funzionanti, limitazione del traffico automobilistico): non si sa di quale sicurezza si stia parlando. Analoga assenza di contenuti si può riscontrare in altri slogan: “le periferie” “la libertà” “il verde” ecc. Questo magma indistinto non invoglia certo a recarsi alle urne.

Forse però la motivazione è ancora più profonda: si è persa la speranza che i problemi si possano risolvere solo mettendoci insieme e agendo collettivamente. E’ come se nella nostra società ci fosse la convinzione che ciascuno deve sbrigarsela da sé, trovando il modo di sopravvivere in competizione con gli altri, senza neanche più chiedersi quali siano le cause dei problemi, per agire di conseguenza. Ciascuno è “imprenditore di se stesso”, come recita uno slogan molto di moda che meriterebbe ulteriori riflessioni. Se uno proprio non ce la fa, chiede aiuto, cioè elemosina: il che spiega il boom del volontariato. Una volta si diceva che la politica è affrontare insieme i problemi, ma ora nessuno sembra crederci più. Allora che senso ha votare per creare organismi inutili?
Naturalmente penso che la soluzione individuale del proprio vivere sia illusoria, ma a ricordarcelo sembra rimasto solo Papa Francesco.

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