Il Congo e la provincia del Kivu – La pace non abita qui – parte seconda

“Ci fu un evento, all’inizio degli anni ’90, che in modo implicito stava preannunciando quello che sarebbe stato uno degli orrori più atroci di tutto il ‘900: il riaffiorare, dopo trent’anni, della questione etnica nell’Africa equatoriale …  Ritornarono prepotenti e feroci gli odi etnici, razziali e xenofobi in tutta la nazione. In Katanga, la regione del sud ricca di giacimenti minerari, la popolazione locale minacciava, aggrediva e linciava la minoranza Luba proveniente dal Kasai, provincia all’est del Paese… Ma il peggio si registrava nelle regioni orientali: in nord e sud Kivu”. (Insideover)

Eraldo Rollando
11-01-2026

Il Kivu (Nord Est del Congo)
Da oltre 30 anni, tra odio razziale e istinto a prevalere gli uni sugli altri, il Kivu, e in particolare l’area a nord della provincia, vive in un stato di guerra che sembra non avere fine. Gli eventi che lo coinvolsero e ancora lo fanno si riassumono in 4 punti:

  • Dopo il genocidio nel confinante Ruanda, nel 1994 centinaia di migliaia di rifugiati e miliziani hutu armati si riversano nel Kivu generando tensioni.
  • Durante la Prima e la seconda guerra del Congo (1996-2003) il Nord Kivu subisce, a causa della sua frontiera particolarmente permeabile, lo sviluppo di un notevole traffico di armi e di combattenti da e per i Paesi
  • Dal 2004 al 2013 la presenza di ribelli armati, come il CNDP (Congrès national pour la défence du peuple) e M23, destabilizzano l’area.
  • Dal 2015 ad oggi il Congo viene colpito dalla violenza di un numero incredibile di gruppi armati locali e stranieri.

Su quest’ultimo punto, UNHCR (Agenzia dell’ONU) riferisce che un rapporto del 2019 della International Federation for Human Rights (FIDH)parla di almeno 34 gruppi armati attivi nella regione. Mentre una dato aggiornato al 2023/24, segnalato dalla tedesca Deutsche Welle, in un reportage del 2024, parla di “più di 250 gruppi locali e 14 gruppi armati stranieri” attivi nell’est della RDC.
Vale la pena ricordare che Il 27 settembre 2011 Rete pace per il Congo, con un articolo dal titolo “A un anno dalla pubblicazione del Rapporto Mapping”,  dava conto del documento redatto dall’ONU sui crimini delle guerre in Congo. 
Il 25 Settembre 2020, la Rivista Nigrizia riprendeva il Rapporto con la pubblicazione di un video, ripreso anche da TV 2000, (clicca per il video)per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulle razzie e le violenze che da decenni devastano alcune regioni della Repubblica democratica del Congo. E che hanno dei responsabili, identificati già 10 anni fa da un rapporto delle Nazioni Unite” (fonte Nigrizia).

Il Kivu (1) è diventato uno degli epicentri dei conflitti nella regione già nel 1994 quando, a seguito del genocidio nel confinante Ruanda avvenuto tra aprile e luglio di quell’anno, in circa 100 giorni furono uccise più di un milione di persone, in gran parte tutsi, e circa 2 milioni di persone in fuga verso i Paesi vicini, Nord Kivu in prima linea, generando gravi crisi umanitarie e destabilizzando l’intera regione dei Grandi Laghi.
Dal 2004 ad oggi si sono succeduti cinque eventi di minore intensità ma di identica crudeltà nei quali il Movimento ribelle M23  ebbe larga parte.
Diversi analisti e giornalisti lo hanno definito “il cuore fragile della Repubblica Democratica del Congo” a motivo della sua posizione geografica (una provincia di confine con Ruanda,Uganda e Burundi, dai margini  porosi per infiltrazioni di gruppi ribelli, traffici e rifugiati), la ricchezza di risorse minerarie (coltan, cassiterite, wolframio, litio indispensabili alle nuove tecnologie e oro) e l’instabilità politica.
Un “cuore fragile” che è la porta di accesso orientale alla RDC e un capoluogo , Goma, città chiave per economia, commercio e collegamenti.
Ma dal 2004 l’interesse del mondo ha rivolto la sua attenzione ad altre aree del Pianeta, mettendo la sordina alle notizie .

Il 22 febbraio 2021 il Nord Kivu ha catturato nuovamente l’attenzione dei media internazionali quando, presso il villaggio di Kibumba vicino alla città di Goma vennero uccisi in un agguato l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo. Il nostro ambasciatore stava guidando il convoglio del Programma alimentare mondiale dell’ONU in  missione umanitaria.
Poi, l’indifferenza internazionale su quest’area riprese nuovamente il sopravvento e il velo di oblio fu il sudario per corpi incolpevoli di povere persone.

Quattro anni più tardi la stampa riprese coscienza di cosa sono le guerre a queste latitudini.
I container refrigerati e gli obitori sono pieni, dovremo effettuare diversi giorni di sepolture di massa”: sono le parole crude e drammatiche di Myriam Favier, responsabile del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) a Goma, che il 6 gennaio 2025 affida a  Le Monde  e che rendono conto dell’entità delle vittime causate da una massiccia offensiva armata lanciata nei primi giorni del 2025 contro Goma, capoluogo del Nord Kivu, da parte del Movimento 23 Marzo (M23) (2).

La crisi umanitaria nell’area ha assunto dimensioni paragonabili a poche altre.
Solo tra metà ottobre 2024 e gennaio 2025: circa 600.000 civili sono stati sfollati nel Kivu, colpiti dalla violenza armata e da crisi multiple (epidemie, insicurezza alimentare, oltreché dai conflitti).Mentre le condizioni del clima e il collasso ambientale (alluvioni, frane) aggiungono ulteriori gravi livelli di fragilità.
L’accesso agli aiuti umanitari è molto compromesso: strade interrotte o pericolose, infrastrutture colpite, personale umanitario in pericolo. (UNGeneva.org/) E, ancora, un sistema sanitario sovraccarico, carenza cronica di medicinali e di personale, cure preventive e vaccinazioni in forte calo fanno temere un rischio alto di malattie quali colera, morbillo, malaria e il “vaiolo delle scimmie”.  La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (WTO) ha lanciato l’allarme per una “moltiplicazione” del rischio di malattie a causa del perdurare del conflitto.” (Reuters)
La piattaforma di raccolta fondi DONARE, sostenuta dall’ONU, segnala inoltre che “la crisi alimentare è molto marcata: milioni di persone nei Kivu e regioni adiacenti vivono in condizioni d’insicurezza alimentare. Le famiglie sfollate spesso perdono mezzi di sussistenza, terre, attività e affrontano difficoltà estreme”.

Si può abbandonare un Paese che faticosamente ha cercato la via della democrazia a subire un simile “affronto” e una distruzione fisica, morale e sociale di queste dimensioni?
Non si può.

Una situazione questa non diversa da altre, frutti amari dei 59 conflitti sparsi nel mondo. Un Mondo affetto da strabismo che sembra preferire il riarmo al disarmo. Dove la parola pace sembra cosa aliena alle nostre vite. Eppure …

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Note

Immagine di apertura: Campo rifugiati in Nord Kivu – credit Sauthiafrica.net

    1. La provincia del Nord Kivu è una delle 26 province della Repubblica Democratica del Congo. Il suo capoluogo è la città di Goma. La provincia prende il nome dal lago Kivu e si trova nell’est del paese. Nel precedente ordinamento amministrativo del Congo (in vigore fino al 2015) la provincia esisteva con gli stessi confini attuali e lo stesso capoluogo …. La provincia è caratterizzata da diverse risorse naturali e minerarie tra cui prodotti ittici, avorio, carbone, rame, oro, nichel, cobalto, diamanti e soprattutto coltan, di cui la Repubblica Democratica del Congo ospita le più ampie riserve mondiali. Tuttavia la presenza di tali ricchezze, unitamente a un quadro di instabilità regionale, ha favorito il fiorire di traffici illeciti e dinamiche di insicurezza per mano di diverse milizie e bande armate che operano nell’area.(Wikipedia)
    2. Il Movimento 23 Marzo     (M23) deve il suo nome all’accordo firmato il 23 marzo 2009 tra il governo congolese e il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), un altro gruppo armato attivo all’inizio degli anni Duemila. (fonte Affari internazionali)

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