La svolta di Biden: una strada promettente ma tutta in salita

Adriana F.
06-03-2021

A qualche settimana dall’insediamento di Joe Biden, i riflettori non sono più puntati sulla nuova presidenza degli Stati Uniti e questo consente di ragionare sulla possibilità di attuazione dei cambiamenti promessi. Sui giornali abbiamo letto il senso di sollievo di molti osservatori che – soprattutto dopo l’assalto al Campidoglio – hanno apprezzato l’atteggiamento moderato del nuovo presidente, la sua volontà di riconciliazione nazionale e il contenuto dei primi provvedimenti esecutivi firmati. Provvedimenti che riportano gli Stati Uniti nell’alveo della propria “tradizione” dopo l’atipica gestione trumpiana. La conseguenza è un recupero di immagine del Paese che si è sempre proposto come “modello di democrazia” e che mantiene un ruolo primario nello scacchiere internazionale.

Le premesse, tuttavia, non devono far pensare a un cambiamento radicale. In primo luogo perché il nuovo governo dovrà tener conto di un’opposizione di oltre 70 milioni di elettori fedelissimi al suo predecessore e pronti a ostacolare in ogni modo le decisioni a loro sgradite. Per di più lo sconfitto Trump è tornato in questi giorni sul piede di guerra, dimostrando di voler fare campagna elettorale permanente fino alle prossime consultazioni, da cui si attende la riscossa per il ruolo “usurpato” dall’avversario. Inoltre gli stessi repubblicani moderati che non apprezzavano le intemperanze dell’ex Presidente, sono pur sempre portatori di valori e obiettivi diversi rispetto ai democratici.
C’è però un elemento che induce all’ottimismo: il sostegno dato a Biden dai giovani alle ultime elezioni. Nonostante molti di loro non si sentissero rappresentati da nessuno dei due candidati, di fatto hanno optato per una diversa gestione del potere. Come fa notare Giulia Zennaro su Buone Notizie (link) del Corriere della Sera , il loro voto è stato decisivo per superare lo schieramento di chi non voleva cambiare passo. Lo dimostrano i dati sulla loro partecipazione alle elezioni: alle urne si è recata una percentuale tra il 52% e il 55% dei giovani dai 18 ai 29 anni aventi diritto al voto, mentre nel 2016 aveva votato solo il 43% di quella fascia di età. Questa volta, dunque, non si tratta di una vittoria “sulla pelle dei giovani”, ma ottenuta proprio grazie al loro voto. O, almeno, a quella parte di loro «che crede nella sanità pubblica, nella difesa dell’ambiente, nei diritti civili e nella cooperazione economica».

Joe-Biden

Come tutti si aspettavano, il cambiamento di rotta promesso in campagna elettorale è stato confermato nel discorso di insediamento, che ha ribadito i tre punti-chiave del programma di governo. Due di questi sono quasi scontati nell’attuale momento storico: affrontare seriamente la pandemia di Covid-19 e risollevare l’economia dalla crisi in atto. Ben più significativo, sebbene difficile da concretizzare, è l’obiettivo di ripristinare le caratteristiche proprie di un Paese multietnico e tollerante, in netta contrapposizione con le intolleranze (talvolta estreme) a cui si è arrivati negli ultimi anni. Ma su questo versante bisognerà fare i conti con le profonde spaccature che esistono nella società e nella classe dirigente statunitense.

Una novità assoluta per un Presidente degli Stati Uniti è stata la presa di posizione di Biden sulla pena di morte. Egli ha infatti dichiarato di volerla abolire nelle carceri federali, accogliendo la richiesta di due deputate (le afroamericane Ayanna Pressley e Cori Bush) di commutare le sentenze capitali e di garantire a ogni individuo la possibilità di accedere a un giusto processo. In proposito va ricordato che negli USA 25 gli Stati prevedono ancora la pena capitale, 22 non la prevedono e altri tre – California, Oregon e Pennsylvania – hanno imposto delle moratorie. A supportare l’orientamento del nuovo governo è una sensibilità sempre più diffusa su questo tema. Tanto che lo scorso febbraio perfino uno stato del Sud come la Virginia, che detiene il record assoluto di esecuzioni, ha approvato l’abolizione della pena di morte.
La realizzazione di tale obiettivo richiederà alcuni passaggi istituzionali obbligati e per questo la decisione non è stata inserita tra i primi provvedimenti esecutivi firmati da Biden. Ma la promessa segna un netto cambiamento rispetto alla gestione Trump, che proprio negli ultimissimi giorni del suo mandato ha autorizzato frettolosamente l’esecuzione di tre condannati a morte.

Un’altra importante novità del governo Biden è stata la scelta dei collaboratori, tra cui si nota una nutrita presenza di donne in ruoli di rilievo: la Vicepresidente Kamala Harris, la Segretaria del Tesoro Janet Yellen, la Segretaria al Commercio Gina Raimondo, già Governatrice nel Rhode Island, la Segretaria degli Interni Deb Haaland, democratica del New Mexico e prima Nativa Americana a ricoprire una carica rilevante nel governo USA.

Kamala-Harris

Tra queste, Kamala Harris è senza dubbio la figura di maggiore impatto. Come osserva Silvia Pittoni (link), la sua nomina al ruolo di vicepresidente ha un forte valore simbolico: «La prima vicepresidente donna degli Stati Uniti, la prima di discendenza asiatica e afroamericana, la prima figlia di immigrati di prima generazione. Cento anni dopo il 19esimo emendamento alla Costituzione sul diritto di voto alle donne».

Decisamente rassicuranti per gli osservatori stranieri sono le iniziative annunciate su temi urgenti di portata mondiale, quali i cambiamenti climatici e la lotta contro la pandemia. Biden ha infatti avviato il processo per reintegrare gli USA tra i paesi firmatari degli accordi di Parigi sul clima (reintegro avvenuto il 19 febbraio) e ha bloccato il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, nominando Anthony Fauci, già inviso a Trump, a capo della delegazione statunitense.
Coerenti con tali scelte sono le prime disposizioni sul fronte interno: il blocco dei lavori dell’oleodotto Keystone XL (che avrebbe dovuto attraversare gli stati di Montana, South Dakota e Nebraska, secondo un progetto già bloccato da Obama ma ripreso con il precedente governo) e le nuove norme anti-Covid, tra cui il distanziamento e le mascherine, entrambi resi obbligatori nei palazzi del governo e nelle altre aree di giurisdizione federale, inclusi i mezzi di trasporto. Il Presidente ha poi nominato un Coordinatore nazionale per la risposta alla pandemia, che dovrà organizzare la produzione e la distribuzione dei vaccini.

Le difficoltà a cui si accennava all’inizio non hanno però tardato a farsi sentire: a fine febbraio il Senato ha respinto il disegno di legge che avrebbe aumentato il salario minimo dei lavoratori a 15 dollari. La proposta, si dice, è stata bloccata per un errore procedurale, essendo stata inserita nel pacchetto di aiuti per le conseguenze del Covid 19. I democratici hanno detto che ci riproveranno, ma è improbabile che riescano nel loro intento in una situazione economica incerta a causa della pandemia.
Altrettanto difficile sarà mantenere le promesse sullo scottante tema dell’immigrazione. A tale proposito Biden ha annunciato un rafforzamento del programma a favore degli immigrati irregolari, con ripristino del percorso abbreviato per i giovani “dreamers”, entrati illegalmente negli Stati Uniti da bambini, per i quali è sospeso il rimpatrio (norma già esistente in passato, ma abolita da Trump); ha cancellato il travel ban, che dal 2017 vietava l’ingresso negli USA ai cittadini di alcuni paesi a maggioranza musulmana, e ha chiesto al Dipartimento di Stato di proporre dei risarcimenti a chi è stato danneggiato dalle restrizioni; ha fermato la costruzione del muro con il Messico; ha revocato l’ordine esecutivo di Trump che limitava la possibilità delle agenzie federali e di altre istituzioni di tenere corsi sulla diversità e sull’inclusione; ha chiesto la formazione di un’agenzia che si occupi di combattere il razzismo all’interno delle organizzazioni federali.

Al di là dei buoni propositi, non va dimenticato che il problema immigrazione è un nervo scoperto nella società statunitense. Perciò il programma descritto potrebbe richiedere faticosi compromessi con l’opposizione o addirittura la rinuncia a iniziative coraggiose. come spiega su Avvenire (link) Maurizio Ambrosini , dopo il contenimento della pandemia è prevedibile che si torni ad accogliere un’immigrazione qualificata dal resto del mondo, soprattutto laureati, ricercatori informatici, personale sanitario e studenti stranieri che inseguono il sogno americano. Più contrastato sarà invece il tema degli ingressi su basi umanitarie, quali i ricongiungimenti familiari e l’accoglienza di rifugiati provenienti dai campi profughi del Terzo Mondo.
Sarà anche particolarmente improbabile rinunciare al presidio del confine meridionale. Il muro con il Messico continuerà a contrastare gli ingressi illegali e le carovane di campesinos in cerca di asilo, e al massimo verranno attenuate le forme di contrasto più inumane che erano tollerate dalla precedente amministrazione. “Sarebbe già un progresso – afferma Ambrosini – se aumentassero i permessi per lavoro stagionale, offrendo un’alternativa agli ingressi illegali”.
Alquanto osteggiata sarebbe anche l’ipotesi di regolarizzare i diversi milioni d’immigrati irregolari che vivono e lavorano da molti anni negli Stati Uniti. L’unica alternativa sarebbe quella di emanare provvedimenti mirati a gruppi specifici di irregolari sia per motivi umanitari (donne sole con bambini) o per necessità di manodopera (a fronte di garanzie da parte dei datori di lavoro). Di conseguenza, conclude Ambrosini, se Biden vuole riconciliare la nazione, non è intervenendo sul versante immigrazione che potrà riuscirci. Peraltro non c’era riuscito nemmeno Obama, pur in un contesto nazionale meno esasperato.

 

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