Yemen: a che punto è la notte – seconda parte

Eraldo Rollando
30-04-2021

Come si è visto nella prima parte di questo articolo, il Paese è ormai sconvolto dalla presenza di molti attori che mirano a spartirsi il controllo del paese.

Gli attori interni.
In questo “conflitto a tre sovranità”, come lo definisce Eleonora Ardemagni in un articolo su ispionline.it, le forze in campo fanno riferimento a tre forme di sovranità:

      • la sovranità giuridica del governo riconosciuto dalla comunità internazionale del presidente AbdRabu Mansur Hadi (il cui interim è scaduto nel 2014 e oggi rilocato ad Aden);
      • la sovranità rivendicata del quasi-Stato degli insorti Houthi nella capitale Sanaa e nel nord-ovest;
      • la sovranità territoriale del pro-secessionista Consiglio di Transizione del Sud (Southern Transitional Council, STC), formato nel 2017 ad Aden.

I principali attori esterni
sono quelli che mirano al predominio sul Paese per controllare lo stretto di Babel-Mandeb, di cui si è parlato nella prima parte (Regno saudita, Iran e, in sordina, Israele).

La “galassia” delle milizie
Gli Emirati Arabi, partecipi della Coalizione, hanno intessuto una fitta rete di alleanze con milizie yemenite da loro create, addestrate e armate per combattere gli Houthi e amministrare la sicurezza nel sud del paese. Tra queste:

Brigata Abu Abbas, milizia salafita sostenuta da Riad, che ha il monopolio  della lotta anti-Houthi a Taiz, la terza città più popolata negli altopiani yemeniti, a quasi 1400 metri di altezza.

Brigata dei Giganti (Giants Brigade/Al-Amaliqah), milizia filo-emiratina composta da secessionisti meridionali salafiti, protagonista delle offensive di terra sulla costa del Mar Rosso.

ShabwaniElite (An-Nukhba al-Shabwaniyya), un’unità militare che opera nel governatorato di Shabwah,nell’area centro-sud dello Yemen. Armata e addestrata dagli Emirati Arabi Uniti, l’unità ha iniziato una grande operazione contro Al-Qaeda nell’agosto 2017.

Security BeltForces è una forza paramilitare con sede nello Yemen meridionale e costituisce l’ala militare d’élite del Consiglio di Transizione del Sud. La forza opera nei governatorati di Aden, Lahij e Abyan ed è addestrata e fortemente supportata dalle Forze Armate degli Emirati Arabi Uniti. Ha combattuto contro al-Qaeda e contro il ramo yemenita dello Stato Islamico (Isis), anch’essi presenti nel Paese.

Tentativi di pace (I più significativi)

1 – La proposta iraniana
11 aprile 2015 – L’Iran, dopo tre settimane di attacchi aerei a guida saudita contro i ribelli Houthi, presenta al segretario generale delle Nazioni Unite BanKi-moon un piano di pace per lo Yemen in quattro punti che prevede: un cessate il fuoco immediato, un programma di assistenza umanitaria, la ripresa del dialogo tra le fazioni in lotta nel paese e la formazione di un governo di unità nazionale.

2 – La proposta USA
25 agosto 2016 – Dopo il fallimento dei negoziati sotto l’egida delle Nazioni Unite e la ripresa dei combattimenti, Washington presenta una sua iniziativa di pace. Il nuovo piano, proposto dal Segretario di Stato John Kerry, prevede l’inclusione dei ribelli Houthi in un governo di unità nazionale; in cambio ai ribelli viene chiesto di consegnare a una parte terza le armi pesanti in loro possesso.

3 – L’ONU tenta di riprendere il filo dei negoziati
7 giugno 2018 – Anche il piano USA non decolla; le Nazioni Unite cercano di proporre una nuova pace, mentre i  bombardamenti della Coalizione  nell’area del Mar Rosso e i lanci di missili balistici Houthi contro l’Arabia Saudita si susseguono incessantemente. Secondo il nuovo piano, dopo il cessate-il-fuoco si dovrebbe procedere alla formazione di un governo di unità nazionale.

Ma i timori di Iran e Houthi di arrivare al tavolo dei negoziati in posizione di debolezza fanno saltare la proposta.

4 – Accordo di Stoccolma
6-13 dicembre 2018 – Le Nazioni Unite riescono a portare in Svezia sia gli insorti Houthi sia  il governo del presidente yemenita Mansour Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale: un primo passo per la ripresa dei negoziati.
Si tratta di un patto in base al quale i ribelli sciiti Houthi accettano di ritirarsi da tutti e tre i porti principali dello Yemen occidentale nel Mar Rosso, Hodeidah, Saleef e Ras Isa, lasciando svolgere alla delegazione dell’Onu le necessarie attività di monitoraggio e gestione dell’area per il rispetto della tregua. Alla base dell’accordo vi è anche lo scambio di 15 mila prigionieri e l’impegno, da parte del gruppo sciita, a porre fine alle tensioni e a spostare le proprie truppe altrove.

Ma l’accordo è in pericolo: a causa di aree lacunose o passi non chiari tali da renderne complicata l’attuazione, la tregua è violata da continue provocazioni e attacchi isolati da parte di tutti gli attori presenti sul terreno.
Il porto di Hodeidah – nel Mar Rosso, sulla costa occidentale dello Yemen – in mano ai ribelli sciiti è considerato un ingresso di vitale importanza per il rifornimento di armamenti agli Houthi e per le importazioni di merci e aiuti umanitari.
“I responsabili del gruppo Houthi affermano che, nel mese di novembre 2019, le forze della coalizione internazionale a guida saudita hanno commesso circa 6.500 violazioni dell’accordo presso i fronti di Hodeidah, tra cui almeno 5 attacchi condotti con aerei da combattimento e altri 96 con aerei spia. Da parte loro, le forze filo governative hanno accusato i combattenti Houthi di aver condotto attacchi contro le aree di Al-Durayhimi e Hays, provocando la morte di bambini e civili, oltre ad aver inviato diversi droni da combattimento nello spazio aereo della regione occidentale. A detta delle forze filogovernative, uno degli ultimi attacchi respinti è del primo dicembre, e ha riguardato tre assi presso Hays, nel Sud di Hodeidah.”(Luiss.it – Osservatorio sulla sicurezza internazionale)

5 – Il 2021 si apre con rinnovati tentativi di pace

Febbraio 2021: la pace Usa
Nella prima settimana di febbraio il presidente Usa, in antitesi con il suo predecessore Trump,ha dato un annuncio di grande importanza, affermando di voler porre fine all’impegno americano nello Yemen e di sostenere lo sforzo delle Nazioni Unite nella ricerca di un accordo di pace. “Stiamo mettendo fine a tutto il sostegno americano alle operazioni offensive nella guerra in Yemen, comprese le vendite di armi rilevanti”, ha detto Joe Biden.
Il riferimento è alle forniture di materiale bellico al Regno saudita e agli Emirati arabi che, nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto servire soprattutto a Riad per proteggersi dagli attacchi degli Houthi ma che, di fatto, ha determinato disastrosi bombardamenti sul territorio da questi occupato.

Le dichiarazioni del presidente hanno generato preoccupazione tra i sauditi, per il timore che venisse a mancare ogni supporto alla loro difesa che si basa principalmente sulle vendite USA. Non si conoscono ancora gli sviluppi di questa iniziativa americana; staremo a vedere se ne scaturiranno esiti positivi.

Marzo 2021: Riad cerca ancora la pace
Lo sforzo bellico, la pandemia da Covid-19 che attanaglia il Paese, l’impossibilità di guadagnare posizioni sul terreno, il rischio di perdere il sostegno USA spingono il governo saudita a nuove iniziative.
Il 22 marzo, il ministro degli esteri dell’Arabia Saudita ha avanzato la proposta di porre fine al conflitto mettendo sul tavolo una serie di suggerimenti per trovare una soluzione politica alla guerra; tra le proposte, è previsto un cessate il fuoco a livello nazionale, da attuarsi sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Parallelamente, Riad ha affermato con chiarezza di aspettarsi il sostegno di Washington.

6 – Gli sviluppi delle ultime ore

Aprile 2021: l’inviato di Washington è nello Yemen dal 28 marzo scorso per discutere su un possibile accordo di pace con le parti coinvolte nella crisi yemenita, sulla base della risoluzione presentata dall’Arabia Saudita il 22 marzo. Secondo l’emittente televisiva al-Jazeera, l’inviato Tim Lenderking “sarebbe tornato dalla visita nella regione dopo “proficui incontri” con alti funzionari in Arabia Saudita e nel Sultanato dell’Oman, durante i quali è stato accompagnato dall’inviato delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths.”

Nel frattempo ognuno dei contendenti cerca di avanzare sul terreno per avere maggiore forza contrattuale al tavolo negoziale, che prima o poi si presenterà, essendo in corso – come appare evidente – trattative segrete.

 Conclusioni

Sulla base dei dati forniti dall’Agenzia delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA), i cinque anni di conflitto hanno causato la morte di circa 233.000 persone; di questi, 131.000 yemeniti sono deceduti per cause “indirette”, come la mancanza di cibo, servizi sanitari e infrastrutture. Oggi circa l’80% della popolazione necessita di assistenza umanitaria, il che rende la crisi yemenita la peggiore a livello internazionale. Preoccupa inoltre il numero crescente dei fronti militari attivi che come già detto sono diventati 47, mentre erano 33 nel 2020.

Il rapporto “Assessing the Impact of War in Yemen on Achieving the Sustainable Development Goals (SDGs)”, prodotto per l’UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) e  reso pubblico il 26 settembre 2019,“prevede che la povertà in Yemen passi dal 47% della popolazione (dato rilevato allo scoppio del conflitto nel 2014) al 75% entro la fine del 2019. Inoltre, se i combattimenti continueranno fino al 2022, lo Yemen sarà destinato a divenire il paese più povero del mondo, con il 79% della popolazione sotto la soglia di povertà ed il 65% classificato come estremamente povero”.

In aggiunta, a quanto riferisce la ONG yemenita  Eye of Humanity, nel Paese con circa 29milioni di abitanti sono state distrutte 569.283 abitazioni, 177 strutture universitarie, 1.393 moschee, 366 strutture turistiche, 389 ospedali e strutture sanitarie, 1.099 scuole e centri educativi, oltre a 15 aeroporti, 16 porti, 305 stazioni e 4.490 tra strade e ponti.

Nell’attuale circostanza non si può che essere d’accordo con Elana DeLozier del Washington Institute, quando auspica un intervento politico-diplomatico deciso da parte della nuova amministrazione americana l’unica che, nell’attuale momento storico, ha la credibilità per concludere positivamente questo dramma: “Il conflitto continua perché nessuna delle parti locali è abbastanza forte da vincere, abbastanza debole da perdere … gli interessi strategici degli Stati Uniti nello Yemen hanno spesso ruotato intorno alle minacce, come al-Qaeda o gli Houthi  sostenuti dall’Iran, e intorno alla protezione di beni economicamente essenziali adiacenti allo Yemen, come le rotte di navigazione del Mar Rosso o gli impianti petroliferi sauditi. Questi problemi sono davvero prioritari, ma l’amministrazione Biden potrebbe trovare le soluzioni a questi problemi concentrandosi sul loro filo conduttore: La stabilità dello Yemen. Per la sua politica sullo Yemen, l’amministrazione Biden non dovrebbe semplicemente scambiare la lente iraniana dell’amministrazione Trump con una lente saudita, ma invece impiegare una lente yemenita.”

Prima si agirà in direzione della pace, prima saranno cancellati lutti e sofferenze per quel popolo, che non è retorico definire martoriato.

 


Ritorna a   Yemen: a che punto è la notte – parte prima

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Approfondimenti (Clicca per approfondire):

ONU- Il rapporto Assessing the Impact of War in Yemen

Eleonora Ardemagni – “Yemen: conflitto a tre sovranità”         

Il coinvolgimento degli Emirati Arabi

L’accordo di Stoccolma

 

Yemen – la guerra civile , quasi nascosta.

 

 

 

 

 

 

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