I samaritani del Sudan

Sono tanti, scappano. Si allontanano da una guerra non loro, ma caricata sulle loro spalle. Come tanti altri popoli, sono costretti a fare un frettoloso fagotto di poche e spesso misere cose per salvare la vita.
In Sudan trovano chi si occupa di loro: gli “angeli” delle Emergency Response Rooms

Eraldo Rollando
19-01-2026

Il Sudan in guerra
Secondo l’International Rescue Committee – IRC (clicca)  nel suo report annuale pubblicato alla fine dello scorso anno, almeno 305 milioni di persone in tutto il mondo si trovano attualmente nella condizione di avere un urgente bisogno di sostegno umanitario, di aiuti d’ogni genere (protezione sanitaria, alimentare, logistica). E il 10% di queste persone vive, o meglio, sopravvive in Sudan

“Il Sudan rappresenta oggi la più grande e rapida crisi di sfollamento al mondo. È anche la più grande crisi umanitaria mai registrata.
Per il secondo anno consecutivo il Paese arabo-africano – che confina a Nord con l’Egitto –  è in cima alla lista, mentre il collasso del paese accelera nel mezzo di una brutale guerra civile che ha un impatto devastante sulla popolazione civile.
Prima dello scoppio della guerra nell’aprile 2023, il Sudan stava già attraversando una grave crisi umanitaria che ha lasciato 15,8 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari. Due anni di guerra hanno gravemente aggravato queste condizioni, costringendo oltre 12 milioni di persone a sfollare e lasciando 30,4 milioni di persone – più della metà della popolazione sudanese – bisognose di assistenza umanitaria”. (Fonte ICR- International Rescue Committee)

Il conflitto, esploso nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e i ribelli delle Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, ha devastato la capitale Khartoum, si è esteso alla regione centrale del Kordofan, ha raggiunto a occidente il Darfur,  per estendersi ad altre regioni. In un precedente articolo (clicca per leggere) del maggio 2024 abbiamo dato conto del primo anno di guerra.  
Gli ultimi eventi del 25 ottobre 2025, con l’occupazione da parte delle forze RSF ribelli  della città di El Fasher, porta d’accesso al Darfur meridionale, la situazione si è ulteriormente aggravata e si sta avviando verso la spaccatura del Paese in due Stati, mentre gli invasori della città si sono scagliati, non è esagerato dirlo, sulla popolazione abbandonandosi a terribili efferatezze.
“Quando i soldati  – delle Forze Armate Sudanesi – hanno battuto in ritirata, le Rsf arabofone si sono abbandonate a violenze sfrenate contro i civili colpevoli solo di essere africani. Uccisioni di massa di 7mila persone spesso filmate e postate sui social che hanno fatto gridare all’orrore l’Onu e l’opinione pubblica internazionale” (Fonte: Avvenire 8-11-2025)
L’area ”controllata” dai ribelli si avvia ad essere un territorio vasto quanto la Francia.

Oggi sembra che i ribelli delle Forze di Supporto Rapido siano appagati dai risultati territoriali raggiunti. Lo testimonia il fatto che si sono dichiarati pronti ad accettare i termini di cessate il fuoco proposto da Stati Uniti, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, ma nessun segnale sembra essere giunto dalla controparte governativa.
Purtroppo, in mancanza di un’autorità riconosciuta o una forza internazionale neutrale, ogni tentativo di cessate il fuoco è lontano dal divenire realtà.

Lo scontro genera indicibili  violenze,  bombardamenti urbani, massacri etnici, stupri di massa e saccheggi sistematici .
Più del 70% degli ospedali nelle zone di conflitto non è operativo,  mancano medicinali, carburante e personale sanitario. Malattie come colera, malaria e dengue si diffondono rapidamente.
La guerra ha paralizzato l’economia: banche, mercati e trasporti sono distrutti o bloccati.
Il Sudan, già dipendente dalle importazioni di grano, affronta una crisi alimentare estrema: oltre 30 milioni di persone soffrono d’insicurezza alimentare acuta.
L’inflazione supera il 400% in alcune aree, rendendo impossibile acquistare beni di prima necessità.

Le Emergency Response Rooms    (Sale di pronto intervento (1)
In un contesto così difficile e pericoloso sono le comunità locali a prendersi cura degli sfollati, con uno spirito che supera l’appartenenza ad un comune territorio, ad un comune destino: un atteggiamento che sa piegarsi su un’umanità ferita, che parla di resilienza, di condivisione, di compassione, superando ogni distinzione di genere e provenienza.
Dove, a causa della violenza della guerra, non riescono ad arrivare le organizzazioni internazionali intervengono loro, gente comune che si è organizzata per sfamare i vicini, soccorrere i feriti e ospitare sconosciuti: un’ iniziativa nata dal basso, la gente del posto, che ha dato vita a oltre 600 centri comunitari temporanei noti con il nome di Emergency Response Rooms (ERR)  (clicca).”Stiamo aiutando la nostra gente” dice Hanin Ahmed (2), uno dei primi organizzatori dell’ERR, “Per salvarli. Per portare cibo. Per fornire protezione. Abbiamo sale di risposta per le donne, centri di recupero dai traumi. Abbiamo bambini che frequentano scuole alternative. Abbiamo un sacco di cose”. Gli ERR vanno oltre le divisioni che hanno fornito carburante al conflitto nel Paese. “Siamo al di là dell’etnia, del genere”, afferma Ahmed. “Questo servizio è fornito da noi stessi a noi stessi”.
Karl Vick, redattore di TIME,  in un sevizio del 16 novembre 2025, riferisce un esempio di come le persone reagiscono all’abbandono da parte delle autorità: «Nello stato del Kordofan Occidentale, al confine meridionale del paese, Salah Almogadm lavorava al Ministero dell’Agricoltura. Il suo impiego è scomparso con la guerra.  “C’era una paralisi totale”, racconta Almogadm, “non c’era alcun tipo di governo o strutture sanitarie”. Ora, Almogadm, 35 anni, aiuta a gestire i pronto soccorso locali che nutrono 177.000 persone al giorno. Concorda con quanto gli hanno detto altri volontari, ovvero che il lavoro spinge ad “andare avanti, a servire».

Non è solo cibo, ospitalità e cure che questi gruppi umanitari offrono: in diverse città, come Khartoum o Port Said, le ERR hanno organizzato squadre di volontari per riparare con mezzi di fortuna tubature dell’acqua, riattivare o organizzare pozzi, pompe, generatori per elettricità comunitaria e gestire la raccolta e lo smaltimento minimo dei rifiuti, per evitare epidemie.

Per tutti loro, ovunque operino sia in città che in aree aperte, vale comunque la regola di mantenere un basso profilo, persino evitando i social media per allontanare il rischio di incappare in qualche gruppo in guerra. Ma sempre con il proposito di “andare avanti, a servireˮ.

Attività nobili, che  fanno immaginare un futuro non così fosco come lascerebbero supporre gli accadimenti e la disarticolazione dei sistemi democratici in atto, in molte parti del Mondo.
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Note:
Immagine di apertura da Qantar.de
Immagine “Guerra in Sudan: chi controlla cosa – da ISPI (ispionline.it)

    1. C’è chi definisce le Emergency Response Rooms anche con l’allocuzione “pronto soccorso locali”
    2. Hanin Ahmed è una giovane attivista sudanese, con un master in questioni di genere e specializzata in pace e conflitti, che ha fondato un pronto soccorso nella zona di Omdurman insieme a una sua collega.
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