Sulla guerra: uomini contro – parte prima

Gabriella Carlon
12-09-2022
Due guerre mondiali hanno causato milioni e milioni di morti, in gran parte civili; distrutto interi paesi, ridotti a cumuli di macerie; lasciato strascichi di odio e fratture sociali insanabili che hanno scatenato gli istinti più animaleschi e disumani. Giustamente Gino Strada, che di guerre ne aveva viste tante, sosteneva che la guerra umanitaria non esiste.
A ciò si aggiunga la presenza dell’arma nucleare, oggi in quantità tale da distruggere l’intero pianeta. La peculiarità di tale arma non solo provoca sofferenze indicibili alla popolazione presente, ma condanna anche le generazioni future. Né credo che possa essere un deterrente, credo anzi che chi la possiede al momento opportuno non esiterebbe a usarla, come è avvenuto nella seconda guerra mondiale, nonostante a giudizio degli storici non fosse nemmeno necessaria per vincere la guerra.

Un dato che mi ha sempre impressionato è che in ogni Comune, anche piccolissimo e non solo in Italia, si trovano lapidi con elenchi di nomi di giovani morti o dispersi nelle due guerre mondiali, al sacrificio dei quali ogni anno si rende giustamente onore. Pensare però alla percentuale di caduti rispetto al totale della popolazione genera sgomento: perché obbligare a tale sacrificio della vita persone che certamente non avevano, per la maggior parte, nessun desiderio di essere coinvolti nella carneficina? Per non parlare dei civili.
Un’altra considerazione mi pone molte domande: l’omicidio è condannato in tutte le culture, sia pure con modalità diverse. Perché in guerra diventa lecito? Anzi, più nemici si uccidono più medaglie si prendono: che cosa stravolge e sovverte un principio morale fondamentale? Si dirà: la patria, la nazione, la religione, i sacri confini devono essere difesi. Sospendiamo il discorso sul passato (ogni epoca e ogni condizione storica ha i suoi valori), ma oggi in un mondo globalizzato si può ancora morire per l’etnia, la nazione, i confini? A me pare che sia giunto il momento di elaborare un’etica universalistica per formare cittadini del mondo. “Fratelli tutti” dicono Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al Tayyeb (2019).
Oggi i conflitti nel mondo sono 169: da parte dell’Occidente va per la maggiore giustificare la guerra in nome della difesa della democrazia e dei diritti umani, valori certamente attuali e degni di essere difesi. Ma non è una contraddizione in termini? La guerra azzera i diritti umani, in primis il diritto alla vita.
E sul piano fattuale regge quella giustificazione? Vediamo le recenti guerre volute dall’Occidente, in Jugoslavia, in Iraq, in Libia, in Siria, per non parlare dell’Afghanistan. In Jugoslavia si sono commesse atrocità indicibili e ancora oggi le tensioni Serbia-Kossovo non sono risolte, in Iraq gli yazidi sono stati annientati dallo Stato islamico e i cristiani ridotti a un sesto, in Libia è in atto una guerra per bande, in Siria sono state distrutte intere comunità che componevano un pacifico mosaico religioso e culturale.
Certo ci sono regimi dittatoriali, ma in quale di questi paesi sono migliorati i diritti umani dopo le devastazioni attuate in nome della democrazia? Una considerazione realistica dovrebbe mostrare che la guerra, condotta con la moderna tecnologia, procura sofferenze enormi alla popolazione civile e non risolve alcun problema, anzi procura danni a tutte le parti in causa, tanto che mi sembra obsoleta anche la categoria vincitori-vinti.
Vorrei permettermi una breve riflessione sull’etica dei principi e sull’etica della responsabilità: la prima giustifica l’azione che mette in atto la difesa di un principio ritenuto degno e sacrosanto, la seconda si preoccupa di considerare anche le conseguenze, i risultati a cui l’azione conduce. Se si assume questo secondo punto di vista, la guerra è da evitare sempre, perché distrugge gli stessi principi per i quali si è combattuto.

La realtà è che al fondo di ogni guerra ci sono motivazioni economiche e diversi settori produttivi si arricchiscono enormemente in caso di conflitti . Le lobby delle armi vedono aumentare i loro profitti: rifornire gli arsenali con sistemi d’arma sempre più moderni e in quantità crescente non può che essere vantaggioso per loro. Un riarmo generalizzato, come sta avvenendo nell’Unione Europea (gli USA stanziano da sempre somme ingenti) non può che essere un grande affare. Ma anche la ricostruzione è un grande business e forse in Ucraina è già in atto la corsa per accaparrarsi appalti per la ricostruzione.
Eppure questo non spiega ancora l’adesione allo spirito guerresco da parte della gente comune, che dalla guerra trae solo danni. Si può forse capire l’adesione degli eserciti che oggi sono costituiti, in larga misura, di professionisti o addirittura di mercenari, ma basta una propaganda martellante per convincere le persone comuni? Che cosa fa scattare l’accettazione di ciò che, ormai è dimostrato dai fatti, non può risolvere i problemi ma lascia sempre lutti e devastazioni?
Alla… prossima riflessione.

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