Tigray – dove si muore nel silenzio del mondo

Il conflitto scoppiato nel novembre 2020 nella regione del Tigray ha seminato morte, distruzioni e fame; anche le aree vicine ne sono state contagiate. La tregua decisa a marzo 2022 ha cessato i suoi effetti e, dopo cinque mesi, i combattimenti sono ripresi il 25 agosto.
Lo spettro della fame incombe sull’area, mentre l’Eritrea aiuta l’Etiopia a stringere il Tigray in un “cul-de-sac”.

Eraldo Rollando
16-10-2022
“Capire che questa continua situazione di genocidio silenzioso sta consumando ogni giorno, minuto e ora, un numero immenso di vite innocenti di bambini, donne e uomini di tutte le età; smettere di sostenere e alimentare questo accanimento e piuttosto sbloccare e ripristinare i servizi base alla popolazione del Tigray; fare pressioni serie e intraprendere misure e un dialogo pacifico del governo con tutti gli organismi che prendono parte in conflitto”.
E’ l’ultimo accorata esortazione lanciata il 26 luglio 2022 dall’eparchia (1) cattolica di Adigrat, nella regione del Tigray (detta anche Tigrai o Tigrè) , attraverso l’Agenzia Fides,  al governo federale etiope, a tutti i governi esterni  e agli organismi internazionali.
Le notizie dall’area del conflitto arrivano anche attraverso mezzi precari come questo.
A metà agosto 2022 è stato il Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), Teodros Ghebreyesus, a lanciare un appello alla comunità internazionale denunciando il peggior disastro della Terra in corso nella regione etiope del Tigray. Gli aiuti, interrotti per molto tempo, hanno iniziato ad arrivare solo negli ultimi mesi, ma continuano ad essere insufficienti, la popolazione non ha accesso alle medicine e alle telecomunicazioni, non ha cibo e le è impedito di uscire dalla regione. In nessuna parte del mondo – sono le parole del direttore dell’Oms – si può vedere un tale livello di crudeltà”.
Purtroppo, come conferma  ancora Teodros Ghebreyesus, il governo etiope ha negato l’apertura di corridoi umanitari creando, in questo modo, un duplice problema: da un lato impedisce l’accesso agli operatori umanitari, possibili testimoni oculari di una tragedia, e dall’altro blocca i rifornimenti alimentari e sanitari alla popolazione civile.
In aggiunta a ciò, quattro stagioni consecutive di piogge scarse hanno causato una delle più dure siccità degli ultimi 40 anni, generando una grave carestia alimentare che si accompagna alle conseguenze di una guerra nella quale “pietà s’è smarrita”.

Secondo FocusonAfrica.info, che riferisce dati di fonte governativa, “nel periodo aprile/maggio sono entrati in Tigray 1306 camion con forniture alimentari e medicinali.”
Altrettanto puntuale è il commento di FocusonAfrica.info “Tenendo presente che per le stime UNOCHA (2) servirebbero 100 camion al giorno, con un rapido calcolo si intuisce che in 2 mesi avrebbero dovuto accedere 6000 camion. Il 90% delle persone presenti in Tigray, formato da 6 milioni di etiopi, richiedono supporto. Gli aiuti hanno raggiunto meno del 10% del totale”.

Abituati a veder le immagini trasmesse dai reporter sul campo, non riusciamo più ad immaginare la sofferenza e il dramma di chi subisce l’affronto delle armi. Non è una tecnica nuova quella di “silenziare” una guerra, ed è quello che ha fatto il governo etiope, impedendo a giornalisti l’accesso al territorio, così come ha reso impossibile parlare con le persone intrappolate nel conflitto, interrompendo sia le linee telefoniche sia i collegamenti via Internet.
Succede così che la realtà venga inghiottita in un buco nero dove ogni possibile voce o denuncia non esiste.

Nel frattempo riprende la guerra.
Il 24/8/2022 l’Agenzia Fides diffonde un comunicato delle forze tigrine in cui si afferma che “Le forze etiopi, insieme alle forze speciali e alle milizie Amhara, hanno iniziato un attacco su larga scala intorno alle 5 (del 24 agosto) in direzione di Alamata, nel Tigray meridionale”.
Accuse respinte dal governo etiope che, confermando la ripresa dei combattimenti, ha però affermato che sono stati i tigrini ad attaccare. In un comunicato, rilanciato dall’agenzia statale Fana Broadcasting Corporate (Fbc),  il governo guidato da Abiy Ahmed ha reso noto che le sue forze armate “stanno contrastando l’attacco in modo coordinato con altre forze di sicurezza”. In assenza di osservatori si assiste al rimpallo di responsabilità.
Il fatto che aggrava la situazione è la presenza sul campo dell’esercito eritreo, a fianco dell’ex nemico etiope.

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Agli inizi di settembre, il comando militare del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, in un comunicato ha denunciato che un “massiccio” attacco è stato attuato nella regione settentrionale al confine con l’Eritrea, dichiarando che “Il nemico, avendo già trasferito una massiccia forza militare in Eritrea, ha ora iniziato una campagna congiunta con la forza d’invasione straniera dell’Eritrea per brutalizzare e sterminare il popolo del Tigray”
Dal che risulterebbe che la provincia ribelle sarebbe attaccata sia a nord che a sud, stretta tra le ganasce di una morsa.

Come finirà? Al momento nessuno lo può dire. Si sa solo che i contatti fra le due parti, per trovare un accordo, non sono mai stati sospesi.
Intanto “il peggior disastro della Terra in corso nella regione etiope del Tigray” prosegue senza soste.

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Note

Foto di copertina da L’Osservatore Romano

Sempre sull’Etiopia: https://www.gruppocorallo.it/axum-pieta-se-smarrita/

 

  • Nella Chiesa cattolica di rito orientale si chiama eparchia una porzione di territorio e di fedeli che vengono affidati alla cura pastorale di un eparca o vescovo; l’eparchia quindi è del tutto corrispondente alla diocesi della Chiesa latina.
  • UNOCHA è l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari
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