Great Green Wall

Gabriella Carlon
30-11-2018

La grande muraglia verde

La grande muraglia verde (Focus area – in giallo il progetto) – Immagine da: Infocongo.org

Come è noto, uno dei gravi problemi dovuti al cambiamento climatico è l’avanzare della desertificazione in numerose zone del pianeta. La situazione è particolarmente grave a Sud del Sahara, dove il deserto avanza rapidamente (2 km all’anno) sottraendo terre preziose all’agricoltura, con conseguenze drammatiche per le popolazioni del Sahel e dell’Etiopia, colpite da carestie devastanti.
Fin dal 1952 lo scienziato britannico Richard St. Barbe Baker aveva ideato una grande “meraviglia” naturale costituita di alberi che attraversasse trasversalmente l’Africa a sud del Sahara; ma fu in tempi più recenti che, sotto la pressione di condizioni sempre più precarie (sia per i cambiamenti climatici, sia per lo sfruttamento del suolo, sia per l’incremento della popolazione) prese forma un progetto di forestazione di una fascia di territorio dal Senegal all’Etiopia, lunga circa 8.000 km e profonda 15 km. Il progetto, elaborato nel 2002, approvato nel 2005 dalla Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara, nel 2007 ottiene l’appoggio e il sostegno anche finanziario dell’Unione Africana. Numerosi sono i soggetti che aderiscono, in primo luogo l’ONU e la Banca Mondiale. La FAO ritiene che si dovrebbero sottrarre alla desertificazione 10milioni di ettari l’anno per rendere possibile il raggiungimento di alcuni obiettivi dell’Agenda 2030.
Molte sono le difficoltà di realizzazione, perché le piantagioni, specialmente se si tratta di piante non autoctone, hanno bisogno di cure e di acqua per poter crescere nel deserto, il che è praticamente impossibile nelle aree disabitate, inoltre bisogna sospendere il pascolo nelle zone piantumate e non sempre le popolazioni locali sono in sintonia con queste operazioni. Si è allora pensato di procedere a macchia di leopardo: ogni Stato si impegna sul suo territorio a sostegno dell’agricoltura locale per realizzare la sicurezza alimentare dell’area e creare posti di lavoro. Il piano sembra funzionare: Senegal, Nigeria, Sudan, Etiopia hanno già recuperato migliaia di ettari di terreno inaridito; il processo è più lento in Burkina Faso, Mali, Niger. Attualmente il progetto complessivo è realizzato al 15%. Vi sono anche voci critiche: alcuni ritengono che l’ecosistema del deserto vada conservato e non vedono di buon occhio la forestazione forzata, soprattutto perché attribuiscono l’avanzata del deserto a un eccessivo sfruttamento del suolo piuttosto che ai cambiamenti climatici.
Comunque, anche se non si sta costruendo una barriera verde secondo il progetto iniziale ma una costellazione di aree alberate, i vantaggi per la popolazione sono notevoli: migliora l’alimentazione e torna l’acqua nei pozzi. Fattori questi che potrebbero frenare la migrazione da tutta l’area del Sahel.
Ciononostante, le risorse erogate dall’Unione Europea, che pure figura tra i sostenitori del progetto, sono esigue rispetto ai miliardi sborsati per fermare i migranti nelle carceri libiche.
Ma allora cosa significa “aiutarli a casa loro”?

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