Afghanistan – la guerra “silenziosa”

03-08-2017
Gruppo Corallo (a cura di Eraldo Rollando)
AfghanistanE’ uno Stato di circa 33 milioni di abitanti con capitale Kabul. In posizione di cerniera tra il medio-oriente e l’oriente; ha come Paesi confinanti a nord Turkmenistan e Tagikistan, a ovest Iran, a sud il Pakistan e a est la Cina, per un tratto molto piccolo di confine chiamato “corridoio del Vacan”.
Non ha sbocchi sul mare. La sua denominazione ufficiale è “Repubblica Islamica dell’Afghanistan”
Afghanistan-mappaPer capire l’Afghanistan, oggi, è necessario ripercorrere alcuni passi della sua turbolenta vicenda storica.

La storia dell’altro ieri
Per la sua collocazione geografia, è stato nella sua storia territorio di passaggio e di conquista di un numero elevato di popoli. Per citare solo i più significativi: gli arabi nel 642, i turchi nel 962 si impossessarono di una buona parte del Paese, gli arabo-persiani nel 1000, i mongoli di Gengis Khan nel 1200, i turco-mongoli di Tamerlano nel 1300, nel 1700 i persiani con lo scià Nadir Shah, detto il Napoleone di Persia.
Nel 1747 prese corpo l’odierno Afganistan: venne eletto, in un’assemblea popolare, Ahmed Shah Durrani del gruppo linguistico Pashtun. Durrani è considerato il fondatore dell’odierno Afghanistan, in quanto riuscì a riunire in un’unica nazione le varie tribù, piccoli potentati, e provincie frammentate.

La storia di ieri, il conflitto anglo-afghano.
Nel XIX secolo il contrasto tra Russia e Inghilterra, per il predominio politico nell’area del Medio-oriente e Asia centrale, portò allo scontro anglo-afghano in tre tempi.
La prima guerra (1839-1842) si concluse con la sconfitta delle forze inglesi.
La seconda guerra (1878-1880) terminò con un’intesa che lasciava la politica interna all’Afghanistan e la politica estera di quel Paese all’Inghilterra.
A cavallo tra 1800 e 1900 britannici e russi stabilirono gli odierni confini del territorio afghano.
Nel 1919 fu l’Afghanistan a fare guerra all’Inghilterra, attaccandola in India, per la conquista della completa indipendenza.
La terza guerra ebbe una breve durata e terminò con il trattato di Rawalpingi, che sancì la piena autonomia sulla politica interna ed estera del Paese. Gli afghani celebrano il 19 di agosto la loro festa di indipendenza.
Tra il 1919 e il 1929 re Amanullah Khan attuò molte riforme per la modernizzazione del Paese, anche in seguito ad una visita in Europa e in Turchia nel periodo di Ataturk: tra esse, l’abolizione del tradizionale velo islamico e l’apertura delle scuole a classi miste.
L’opposizione di molti capi religiosi e tribali diede il via ad una rivoluzione che si concluse con le sue dimissioni e con la sconfitta dei rivoltosi ad opera del successore.

Dopo la seconda guerra mondiale
Nel 1956, i governanti del periodo decisero di abbandonare la loro tradizionale neutralità in politica estera e, dopo avere cercato un appoggio con gli Stati Uniti, senza trovarlo, si avvicinarono all’Unione Sovietica, con la quale strinsero un’alleanza e firmarono un accordo ricevendo in cambio cospicui finanziamenti per la modernizzazione delle strutture del Paese.
Negli anni 1964-65, dopo l’approvazione di una nuova costituzione più “liberale”, si registrò la nascita di partiti sul modello sovietico di stampo marxista-leninista e la trasformazione dello Stato in una monarchia costituzionale.
Un colpo di stato, nel 1973, portò al potere una nuova classe dirigente che cercò di posizionare nuovamente l’Afghanistan nella sfera dei Paesi non-allineati, per mantenere una condizione più equidistante fra i due blocchi sovietico e americano.
In quel periodo ebbero inizio i primi guai con il Pakistan, per la questione della lunga frontiera terrestre tra i due Paesi (fissata durante il periodo britannico tra Gran Bretagna e Russia, senza prevedere uno sbocco al mare per l’Afganistan); iniziarono le prime forme di opposizione armata al governo, che trovarono subito una sponda nel Pakistan dove i ribelli ebbero la possibilità di addestrarsi in campi militari. Vi fu anche un tentativo di insurrezione armata, ma ebbe poco o nullo successo.
Un nuovo colpo di stato, nel 1978, fu messo in atto dal principale partito comunista afghano, il PDPA, che trovò pieno appoggio negli ufficiali delle forze armate addestrati, in prevalenza, nell’Unione Sovietica: venne proclamata la “Repubblica Democratica dell’Afghanistan”.
Lo Stato gradualmente foggiò la sua immagine su quello sovietico, contribuendo al riavvicinamento dei due paesi, allontanatisi cinque anni prima a causa della posizione di neo neutralità in campo internazionale.
Le riforme, fatte con tempi troppo veloci, e non comprese, soprattutto dalla popolazione rurale analfabeta, in prevalenza di cultura islamica e nettamente maggioritaria, diedero luogo alle prime formazioni di guerriglieri anti-governativi chiamati mujaheddin (letteralmente “combattenti per la fede”).
La ribellione, che prese presto forma, si estese a parte delle forze armate che, nel marzo 1979, a opera della 17° Divisione di fanteria ammutinata, presero il possesso della città di Herat; la città fu riconquistata dalle forze governative dopo pesanti bombardamenti aerei e migliaia di morti, tra i quali molti civili sovietici. La sollevazione si era, però, ormai estesa e, alla metà dello stesso anno, 25 delle 28 provincie erano in rivolta contro il governo centrale.
Al governo non rimase che chiedere, in virtù del trattato sottoscritto, l’aiuto dell’esercito sovietico che si concretizzò, inizialmente, con un appoggio blando di qualche unità “mimetizzata” con i contrassegni afghani.
La forza insurrezionale dei mujaheddin costrinse il governo, guidato da Hafizullah Amin, a rendere la repressione sempre più violenta e sanguinaria, contro i rivoltosi ma anche, in forma indiscriminata, contro oppositori politici, mullah (teologi mussulmani), capi villaggio, nonché membri della nuova borghesia afghana.
L’Unione Sovietica, temendo che tale forma di repressione potesse portare ad una rivoluzione di stampo islamico, come era successo in Iran pochi mesi prima, e temendo di perdere la sua influenza sul Paese, cominciò a pianificare un intervento che potesse portare “ordine” in Afghanistan; era l’epoca della cosiddetta “dottrina Breznev” già applicata in Cecoslovacchia nel 1968.
Il 24 dicembre 1979 i sovietici diedero il via all’invasione, con la scusa di essere stati chiamati dalle autorità governative (vedi analogo intervento in Cecoslovacchia).
La guerra russo-afghana ebbe inizio a dicembre 1979 e cessò, dieci anni dopo, il 15 febbraio 1989 con il ritiro delle truppe sovietiche, che lasciarono sul campo un consuntivo tremendo: stime parlano di un numero di afghani morti che va da 750 mila a 2 milioni e circa 3 milioni di feriti; 15 mila i sovietici caduti. Circa 5 milioni di profughi trovarono “alloggio” nei campi pakistani o iraniani.
Nonostante l’impiego di grandi risorse economiche, il dispiegamento di armamenti sofisticati e anche l’utilizzo di gas tossici l’URSS non riuscì a prevalere, tanto che dopo 6 anni di guerra l’85 percento del territorio era nelle mani dei mujaheddin. I quali non furono lasciati soli a combattere: furono gli USA, secondo stime, a fornire circa 65mila tonnellate di materiale bellico e aiuti economici fino a 470milioni di dollari. L’interesse, ovviamente non dichiarato, da parte degli Stati Uniti era quello di contenere l’espansione sovietica e a “fare perdere la faccia” all’URSS. Inoltre, un governo estremista di stampo islamico sunnita (guidato dai mujaheddin), istallato in Afghanistan, avrebbe rappresentato un argine al vicino sciita Iran (bestia nera degli americani).
Il Paese fu devastato irrimediabilmente dalla guerra; la città di Kandahar, seconda città del paese, scese da una popolazione di 200 mila abitanti prima della guerra a non più di 25 mila.
Dopo il ritiro dell’URSS , comunque, i mujaheddin non fondarono un governo unito, e si divisero in due fazioni, l’Alleanza del Nord e i Talebani.
L’Afghanistan precipitò in una specie di anarchia globale in cui “signori della guerra” e tribù locali presero il sopravvento sulle macerie di uno Stato “decomposto”. C’è chi ritiene che il conflitto in Afghanistan sia stato, con buona probabilità, la causa principale della dissoluzione dell’impero sovietico.
Una nuova guerra civile prese il via, nel 1992, con il ritiro dell’esercito sovietico e durò sino al 1996; vide contrapposti tre gruppi principali: Talebani, Tagiki ed Uzbeki.
I Talebani (il termine indica gli studenti delle scuole coraniche in area iranica), raccolti in milizie, addestrati e armati dal vicino Pakistan, alla fine presero il sopravvento nel 1996, instaurando un regime teocratico. Governarono sino al 2001, animati da un forte spirito conservatore delle tradizioni spirituali e culturali del pensiero islamico, mettendo in atto forti azioni repressive e cruente verso gli oppositori.
Dal punto di vista sociale, vi fu un vero e proprio terremoto: vennero banditi gli spettacoli in televisione, immagini, musica e danza, era illegale radersi o avere la barba troppo corta, il taglio dei capelli “all’occidentale” venne severamente punito, il gioco d’azzardo bollato come attività demoniaca. Fu, infine, istituita la polizia religiosa.

“le Torri Gemelle”
Il 2001 è stato l’anno in cui il mondo riprese coscienza del “problema” Afghanistan.

Saha Massud
Saha Massud

Shah Massud, chiamato il “Leone del Panshir” (una provincia dell’Afghanistan, nonché l’area nella quale il leader di etnia tagika si scontrò numerose volte con le forze d’invasione sovietiche), fu uomo simbolo dell’indipendenza afghana. Amato e rispettato, fu anche ministro della difesa nel breve governo che venne creato dopo la partenza dei sovietici; continuò a opporsi fortemente al regime talebano attraverso la struttura militare “Alleanza del Nord” da lui comandata.
Il 9 settembre, fu assassinato in un attentato suicida da due tunisini che si fingevano giornalisti di una emittente marocchina. Con la sua morte il regime talebano prese ulteriore vigore e venne eliminato il personaggio che, più di altri, a guerra finita, avrebbe potuto pacificare il Paese.
La guerra ebbe inizio il 7 ottobre 2001.
Due giorni dopo l’assassinio di Massud, l’11 settembre 2001,

Attentato alle Torri gemelle
Attentato alle Torri gemelle a New York

un attacco terroristico alle “Torri gemelle” a New York, a opera dei terroristi islamisti di al-Qaeda, guidati dal famigerato Osama Bin Laden, scosse l’America e il mondo intero. La reazione fu immediata: l’Occidente, con in testa USA e Gran Bretagna, rispose il 7 ottobre attaccando militarmente l’Afghanistan, ritenuto nascondiglio e base operativa di Bin Laden e dei suoi terroristi. L’intento era la cattura di Bin Laden (ucciso dieci anni dopo, il 2 maggio 2011, nella città pakistana di Abbottabad, per mano di una forza d’elite statunitense) e la cacciata dei Talebani dal Governo, rei di avere aiutato i terroristi nella loro tragica azione che portò alla morte 2974 persone.
Inizialmente la guerra fu prevalentemente aerea, con bombardamenti sulle forze talebane; gli americani sul terreno erano qualche centinaio.
In novembre 2001 Kabul cadde in mano agli uomini dell’ex comandate Massud.
Nella seconda fase della guerra, dopo la riconquista di Kabul, le forze statunitensi e britanniche, aumentarono la loro presenza sul terreno con l’Operazione Enduring Freedom. Il 7 dicembre 2001 venne ripresa anche Kandahar. I Talebani, pressati e in rotta si rifugiarono sulle montagne al confine con il Pakistan per riorganizzarsi.
Con l’allontanamento dei Talebani, il Grande Consiglio delle maggiori fazioni afghane formò un nuovo governo democratico guidato, ad interim, da Hamid Karzai,
Le forze della coalizione,

Militari in azione
Militari della Coalizione in azione

che nel frattempo erano cresciute a circa 10mila effettivi, iniziarono a creare capisaldi nel Paese.
Nel frattempo Talebani e al-Qaida, l’organizzazione creata da Bin Laden, riuscirono a riorganizzarsi con l’aiuto di volontari pachistani, provocando un’escalation degli scontri bellici. A fine 2002 erano pronti a iniziare azioni di guerriglia anti Usa, sebbene gli attacchi terroristici non si fossero mai spenti.
Nel 2002-2003 furono portate molte azioni, con piccoli gruppi, contro basi statunitensi e imboscate a convogli e pattuglie; non fu risparmiato analogo trattamento alle truppe dell’Esercito Nazionale Afghano. In questo modo Talebani e Qaidisti ripresero vigore e consistenza numerica, protetti nelle loro grotte in montagna e nei tunnel sotterranei nelle zone pianeggianti.
Nell’ agosto 2005, le forze governative afghane aiutate dalle truppe statunitensi, e da pesanti bombardamenti aerei, avanzarono sulle posizioni talebane dentro le roccaforti di montagna procurando loro pesanti perdite.
Nel 2006 una forza NATO, autorizzata dall’ONU, penetrò nel sud dell’Afghanistan con lo scopo di sostituire le truppe statunitensi, sconfiggere i residui talebani (non ci riuscì completamente) e portare assistenza alle popolazioni
La Coalizione occidentale, aiutata dall’Alleanza del Nord, elementi restanti delle forze anti-talebane che erano state sconfitte negli anni precedenti, riuscì a ridurre fortemente i contingenti talebani con azioni di terra e bombardamenti aerei, a fare arretrare sempre più le loro forze rimaste (circa 6-12 mila combattenti al dicembre 2006) e a rimandarle in una zona a sud del Paese, al confine con il Pakistan.
Combattimenti e attacchi terroristici si susseguirono in tutti quegli anni.
Nel tempo il contingente internazionale aumentò di consistenza, arrivando a schierare, nel 2009, circa 70mila soldati.
Nel 2014 venne annunciato il ritiro del contingente NATO, ma una forza di circa 12 mila uomini rimase per il supporto organizzativo alle forze governative. Contemporaneamente gli USA avevano annunciato il ritiro graduale dal Paese entro il 2016.

Come vanno le cose oggi
Purtroppo, con l’annuncio del ritiro delle forze internazionali dalle operazioni dirette sul terreno, i talebani riprendono vigore, riconquistando la città di Kunz; contemporaneamente l’ISIS si presenta nel paese e prende possesso della Mahamand Valley.
Nel luglio 2016 viene confermato che la forza Nato rimarrà nel Paese fino a fine 2017. Contemporaneamente viene incrementato il contingente italiano, per il ritiro di quello spagnolo, portandolo a 950 uomini (nel 2009 il nostro contingente a Kabul e Herat sommava a 3200 soldati, successivamente ridotti).
La situazione dell’Afghanistan è diventata insostenibile: Il sito di Al Jazeera, il 25 gennaio 2017, raccontava di una lettera aperta al Presidente Trump da parte di due personalità afghane nella quale essi invitavano gli Stati Uniti ad abbandonare la partita, visto l’insuccesso e la situazione di stallo di una guerra che dura da 16 anni (quella del Vietnam ne durò 20), nonché l’elevato costo delle operazioni belliche, stimato in circa 100 miliardi di dollari. Invitavano il Presidente a portare la pace nel Paese: “If America can fight, it can also bring peace. America can play its role better in peace than in war.” (clicca per approfondire) (Traduzione: Se l’America può combattere, può anche portare la pace. L’America può giocare il suo ruolo meglio in pace che in guerra)
Ad Aprile 2017 nessuno ricorda più i Talebani. A malapena ci si ricorda dei terroristi di al-Qaida e dell’ISIS. Sono ancora presenti nel Paese, a macchia di leopardo. L’Esercito Nazionale Afghano, nonostante consiglieri e addestratori occidentali, non è ancora riuscito a prendere il pieno controllo del proprio territorio.
Se ne è ricordato il Presidente americano Trump: il 13 aprile 2017 gli Stati Uniti hanno sganciato sui tunnel e ricoveri dell’ISIS – Talebani, costruiti con i fondi USA durante la guerra tra sovietici e afghani, situati nel distretto di Achin, provincia di Nangarhar, una zona montagnosa a sud del Paese molto vicino al confine con il Pakistan, una bomba di 11 tonnellate di tritolo. Il più potente ordigno non nucleare della storia.
Testimoni oculari parlano di una cosa “mai vista”, una fiammata accecante seguita da qualcosa di molto simile a un terremoto. Nessuno sa dire quali sono stati gli effetti su cose e persone.
Dopo l’azione, il Presidente USA ha dichiarato: “Un’altra missione di successo, sono molto orgoglioso dei nostri militari”, aggiungendo anche che i militari hanno la sua “totale autorizzazione”
Di orgoglio in orgoglio, di che peso sarà la prossima bomba?
Nel frattempo continua la guerra civile, con continue azioni da parte dei combattenti Talebani. Il sito on line di Al Jaseera riferisce che venerdì 21 aprile 2017 un attacco ad una base dell’esercito nella provincia di Balkh, nel nord del Paese al confine con il Turkmenistan, ha procurato la morte di 140 militari e il ferimento di altri 160. I militari erano raccolti nella moschea, disarmati, per la preghiera del venerdì. Gli attentatori, pare una decina, sono entrati indisturbati nella base travestiti da militari dell’esercito afghano, su veicoli dell’esercito stesso e con documenti falsi

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