Cronache dal Burundi

Giulia Uberti
31-01-2017
Piccolo paese al centro d’Africa senza sbocchi sul mare, 8.654km2 di superficie con 605.000 abitanti, (2011). Paesaggio mozzafiato, colline e laghi si susseguono, con una temperatura media annuale di 18°. Del Burundi in Italia non si parla molto, soffocato da notizie incalzanti dal resto del mondo, tuttavia dal 2015 ad oggi ogni giorno le violenze sono quotidiane. Nel 2015, infatti, il presidente Nkurunziza ha annunciato la sua candidatura a un terzo mandato e, da allora centinaia di persone sono state uccise. Più di 320.000mila sono fuggite nei Paesi vicini: Rwanda, Uganda, Tanzania.

Stampa: censura?
Due Reporters francesi hanno deciso di andare in Burundi per ascoltare e dare parola a chi gestisce il potere e a quanti gli resistono. Il loro visto viene respinto. Pertanto i Reporters decisero di partire per incontrare dei Burundesi esiliati nei Paesi vicini. In mancanza di un visto per il Burundi essi decisero di partire per il Ruanda. In aereo, al momento di spegnere il cellulare, questo suona: è l’Ambasciata del Ruanda a Parigi, il primo consigliere è all’altro capo del filo . Segue una telefonata surrealista: ”Mi permetto di chiamarvi per dirvi che il vostro visto è annullato.” “Signore, è la nostra risposta, è impossibile, noi siamo sull’aereo che sta per decollare!“ Risposta: “Vi ripeto, i vostri visti sono annullati. Scendete dall’aereo, voi non potrete entrare in Ruanda, i servizi di immigrazione sono già avvisati!”
“ Al nostro arrivo a Istanbul, riceviamo un messaggio a nostro nome: (Germains Nicolas e sig.ra Julie Dungelhoeff) proveniente dall’Ambasciata del Ruanda a Parigi nel quale ci viene confermata la comunicazione telefonica che il visto accordato è annullato.
Da quel giorno, nessuna spiegazione ne è seguita. Facendo domanda di visto al Ruanda noi avevamo precisato il desiderio di incontrare dei rifugiati burundesi in esilio. Questa decisione dell’Ambasciata del Ruanda rinforza le accuse degli esperti ONU quando affermano che il Ruanda recluta dei ribelli burundesi nei campi dei rifugiati. Cambiamento di programma. Decidiamo di recarci in Tanzania, a Nduta dove si trova il maggior numero di rifugiati burundesi: 85.000. Ci sono altri campi in questo Paese.”
Medici senza frontiere sono molto attivi in questi campi, nel novembre scorso lanciarono un grido di allarme dicendo: “ Negli ultimi quattro mesi abbiamo assistito al quintuplicarsi dei rifugiati. Il livello di presa in carico non riesce a fare fronte. Noi siamo molto inquieti per la situazione sanitaria e umanitaria dei campi per i mesi a venire ”. In Burundi, dove la densità della popolazione è molto alta, quelli che restano approfittano della fuga dei rifugiati e, per sopravvivere, recuperano le parcelle delle loro terre e i loro beni.
Noi assistiamo all’arrivo di esiliati: molto presto al mattino attraversano la frontiera con un carico sulla testa. Famiglie intere, bambini anche molto piccoli. Sono sfiniti per la stanchezza a causa delle lunghe ore di cammino. Raccontano di essere stati minacciati dagli squadristi (di probabile etnia hutu “Imbonerakure”, giovani che formano il movimento del CNDD-FDD: Consiglio nazionale per la Difesa della Democrazia – Forze per la Difesa della Democrazia); squadre del partito al potere, che l’ONU considera come una milizia.
Ci consigliano di partire, “altrimenti, quelli vi massacrano !” esclama un rifugiato.

Un rapporto inquietante
Il rapporto proveniente dalla Federazione Internazionale della Lega per i diritti dell’uomo, frutto di una dettagliata inchiesta: si intitola “La discesa agli inferi” più di 200 pagine, uscito nello scorso novembre, nel quale la Federazione (FIDH) fa un bilancio di 1000 morti, di 8000 persone imprigionate per motivi politici e da 300 a 800 sparite a seguito della crisi dell’aprile 2015. Nello stesso rapporto risulta che la maggioranza di questi fatti sono commessi dalle forze dell’ordine.
Willy Nyamitwe, personaggio chiave all’interno della macchina repressiva di Nkurunziza (Presidente del Burundi. Ndr), interpellato riguardo al rapporto, così risponde in un’intervista di Jeune Afrique: “C’è molta esagerazione in queste cifre ed anche riguardo ai fatti. A titolo di esempio, la popolazione carceraria è intorno alle 8000 in Burundi. A mia conoscenza non ci sono prigionieri politici. I carcerati lo sono per lo più a causa di reati comuni, perseguiti in conformità alla legge. Quanto al bilancio, il governo resta preoccupato anche se si trattasse di una sola persona morta, o dispersa. Ci sono due casi che restano un mistero, quello di Marie Claudette Kwuizera (Claudette era tesoriera della Lega Iteka, Associazione per i diritti umani in Burundi. Iteka significa “dignità”- l’Associazione è stata radiata dalla lista delle Associazioni ASBL operanti in Burundi. Ndr) e quello di Jean Bigirimana (giornalista a Iwacu. Ndr) dei quali i vicini e altri compatrioti restano senza notizie. Le inchieste proseguono per ritrovare e identificare i colpevoli al fine della loro punizione secondo la legge in vigore”.

Che cosa sta succedendo in Burundi?
Jean Paul Mbonimpa, leader delle milizie genocidairie Imbonerakure, è stato barbaramente massacrato all’arma bianca martedì 29 novembre sulle colline di Karamagi, comune di Kirundo, al nord del Burundi. Il responsabile della cellula “patriottica” delle Imbonerakure nella provincia di Kirundo afferma che la morte di Mbonimpa non ha matrici politiche. Mbonimpa è stato ucciso un giorno dopo l’attentato al Consigliere Nyamitwe e l’ultimo giorno della settimana di parate militari organizzate in tutto il Burundi dalle milizie Imbonerakure. Una dimostrazione di forza voluta dal regime durata dal 19 al 29novembre. Durante le parate i miliziani avevano lanciato slogan inneggianti allo sterminio dei tutsi burundesi e la guerra contro il Ruanda. “ Una pericolosa guerra tra estremisti hutu per il controllo del potere che avrà sviluppi imprevedibili per l’immediato futuro del Burundi” spiega una fonte protetta, in breve permanenza in Europa.
Le aggressioni a leader del regime e gli arresti di alti ufficiali sono collegati e seguono una catena logica di eventi che nascondono un complotto architettato all’interno del partito al potere. Secondo varie fonti della Società Civile burundese il Comandante della Polizia e responsabile della sicurezza interna, il Generale Allain Guillaume Bunyoni dal luglio 2016 stavano pianificando un colpo di stato per destituire Pierre Nkurunziza e consegnarlo alla giustizia internazionale. Il piano del Generale Bunyoni, prevedeva un’escalation diplomatica contro il Rwanda e il Belgio con l’intento di provocare gravi tensioni regionali e scontri di frontiera per attirare altrove l’attenzione del dittatore Nkurunziza. Il Generale Bunyoni supportato da alti ufficiali dell’esercito, della polizia, dalle milizie Imbonerakure, doveva approfittare del caos creato per attuare il colpo di stato proclamandosi Presidente.
La metodica realizzazione del piano prevedeva il suo epilogo a metà settembre quando doveva scattare l’ora X. Per evitare di subire le sorti del precedente colpo di stato fallito nel maggio 2015, il Generale Bunyoni doveva assicurarsi il controllo del partito CNDD-FDD e delle milizie Imbonerakure. Bunyoni avrebbe ricevuto alla fine di luglio assicurazioni di alleanza politica da parte di Jean Paul Mbonimpa, leader Imbonerakure. Rimaneva la conquista del partito attraverso la sostituzione del “consiglio dei saggi” fedeli a Nkurunziza con un comitato centrale fedele a Bunyoni.
In questa situazione l’Unione Europea ha prorogato le sanzioni al Burundi fino all’ottobre2017, misura che sottrae molti aiuti al paese. Il Segretario generale, del Cndd-Fdd, Pacal Nyabenda, ora Presidente dell’Assemblea nazionale, ha chiesto recentemente alla Chiesa cattolica, punto di riferimento morale del paese, di intervenire per indurre i cittadini rifugiati a ritornare nel paese. Nyabenda vuole che gli investimenti internazionali e i governi occidentali si convincano che il clima sociopolitico si sta normalizzando e che l’attività di cooperazione possa essere ripresa. La Gerarchia della Chiesa ha risposto che per ristabilire un minimo di fiducia nel paese, e ricucire le relazioni internazionali, l’unica strada è il dialogo. Ma, finché i cittadini burundesi che non sono schierati con il governo sono considerati della nazione, non ci può essere spazio per trattative di dialogo. Vie di uscita da questa crisi per ora non se ne intravedono. Nel frattempo la Cina continua a fare finta di nulla, ignora le dinamiche politiche e rimane utilitaristicamente a fianco del regime di Nkurunziza pronta a finanziare il governo. Il regime di Nkurunziza è appoggiato da molti leader africani, quelli “inchiodati” da decenni alle loro poltrone.

Fonti: France24; Jeune Afrique; Nigrizia: gennaio 2017.

Un pensiero su “Cronache dal Burundi


  1. Cara Giulia, abbiamo letto questo tuo lungo articolo, molto documentato e anche allarmante. Speriamo che giunga agli orecchi di chi può agire in difesa di questi perseguitati.
    Carla ed Emanuela.

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