Un mondo in piazza – Puntata 1

Avvertenza per il lettore: la redazione di queste note è contestuale alla diffusione delle prime notizie relative del Coronavirus nella regione cinese di Wuhan.
Oggi la pandemia di Covid-19 sta travolgendo il mondo con una velocità che sarebbe stata inimmaginabile solo poche settimane fa. Le popolazioni delle nazioni coinvolte nell’epidemia lasciano le piazze per rinserrarsi nelle loro abitazioni.
Ma dopo questo periodo di momentaneo “fiato sospeso”, le agitazioni/proteste descritte nel seguito non saranno certamente sopìte perché non saranno risolti i problemi che le hanno generate. Perciò è facile immaginare che riprenderanno vigore, con modalità ancora da scoprire.

Non tutto il mondo sta scendendo in piazza, ma mezzo si. Proteste, ribellioni, effervescenze, attraversano continenti in cerca di qual’cosa in cui sperare.

Eraldo Rollando
12-03-2020
Un filo rosso unisce Hong Kong a est, con il Cile a ovest, passando per il Medio Oriente dove assistiamo a proteste inusuali come quelle in Iran e, seguendo questo immaginario legame,registriamo una progressiva estensione e radicalizzazione delle proteste.
Quali sono le cause? C’è un filo comune che le unisce? Sono vampate destinate a spegnersi oppure sono un sintomo di una malattia grave? E ancora, chi sta misurando la temperatura sociale del nostro pianeta? Tutte domande senza ancora una risposta univoca e, soprattutto, senza una seria presa di coscienza.
Milioni di persone scendono in piazza, e le ragioni evidenti che le muovono sono le più diverse: C’è chi protesta contro la corruzione, chi contro il neoliberismo che arricchisce vieppiù i ricchi e rende i poveri sempre più poveri, chi contro la crisi economica, chi contro l’inflazione, c’è chi si sente minacciato nella propria sicurezza, in alcuni paesi si sospetta che le elezioni siano state manipolate da brogli, molti manifestano per i problemi del clima che sembrano prepararci un futuro da incubo, altri per la cultura dell’odio che pervade il proprio paese (l’esempio a noi più vicino è rappresentato dal movimento delle “Sardine” in Italia).
E c’è anche chi protesta perché vorrebbe un mondo nuovo … semplicemente.
Nonostante queste diversità, però, qualcuno sostiene che un elemento comune leghi tutte le contestazioni: “ ad accomunare le manifestazioni di mezzo mondo c’è un elemento trasversale: la frustrazione per le ineguaglianze che negli ultimi decenni si sono incuneate tra ricchi e poveri, élite e persone comuni, istituzioni e cittadini” (ispionline.it)
Guardando tali scenari, ci accorgiamo che, nella loro maggioranza, nessuno guida le suddette proteste: non ci sono veri leader ma piuttosto dei “facilitatori”, persone attente più di altre ai fenomeni nascenti che lanciano un’idea o un allarme che genera una mobilitazione e una protesta; sono figli del nostro tempo, in cui la tecnologia sembra rendere ognuno padrone di sé e in contatto perenne con tutti gli altri: si autoconvocano a colpi di clic; creano movimenti pronti a sciogliersi come neve al sole com’è accaduto ad alcune primavere arabe di qualche anno fa, o a scendere una china il cui fondo nessuno riesce a scrutare, come il caso di Hong Kong. E forse non vogliono avere dei leader veri e propri, stanchi delle promesse mancate e dei troppi discorsi gonfi d’aria.
Tutti cercano un’agorà pubblica alla quale rivolgersi, ma la politica non sembra offrire questi spazi; da oriente a occidente la crisi che la agita, per l’incapacità di anticipare le richieste e affrontare con efficacia i veri problemi, sembra averla paralizzata in un’inerzia della quale non si vede lo sblocco e allora si va avanti a occhi bendati, quasi sperando che qualcuno, quasi in un impeto di orgoglio politico, dia una risposta che possa tranquillizzare gli animi.
Questi movimenti di protesta, non sembrano rappresentare rischi di tipo destabilizzante: di questo parere è lo storico Peter McPhee (1) che ha analizzato le caratteristiche delle cinque principali rivoluzioni del mondo moderno, dalla Rivoluzione inglese del 1649 a quella cinese del 1949, che sono state tutte caratterizzate da un iter preciso: ascesa di una ideologia in contrasto con il potere, successivi inneschi di proteste diffuse, incapacità del regime a contenerle, insorgenza di contese per la leadership, emersione di un leader che assume il controllo del movimento.
Nessuna di queste caratteristiche sembra oggi essere presente, salvo l’innesco.
Ed è forse questo che impedisce possibili derive: in esse manca un elemento che le unisce; fatto salvo il tema della frustrazione per le ineguaglianze, da qualsiasi lato guardiamo questi fatti, il legame ci sfugge. Sono significative le parole di Emile Durkheim (2) quando, vedendo le passioni che agitano gli animi, dice: “gli individui si cercano, si uniscono e il risultato è un’effervescenza generale”.

Note:
(1) Peter McPhee (nascita 1948) Australiano, è professore emerito dell’Università di Melbourn. Storico, ha approfondito la storia della Francia moderna, con particolare riferimento alla Rivoluzione francese. (fonte Wikipedia.com)

(2) Émile Durkheim (Epinal, 15 aprile 1858 – Parigi, 15 novembre 1917). Francese, è stato un sociologo antropologo e storico delle religioni. (Wikipedia)

(1, continua)
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