Emigrazione – immigrazione: un po’ di chiarezza

 

“La sedentarietà non fa parte delle caratteristiche della nostra specie fissate per via genetica”.
(Hans Magnus Enzensberger, “La Grande migrazione”, Einaudi, Torino, 1993)

Giulia Uberti
09-07-2020
Nella storia del genere umano le migrazioni sono una costante. Tutte le aeree del mondo sono state interessate a questo fenomeno a partire dalla preistoria fino al medioevo. Dalla diaspora del popolo ebraico, conseguente alla conquista romana della Palestina, fino al dramma dei popoli curdo, vietnamita, tamil, eritreo: la storia del genere umano è segnata da questi dolorosi spostamenti collettivi. Come non ricordare che la scoperta-conquista delle Americhe attivò un flusso continuo di immigrati dall’Europa che crebbe di intensità a partire dal primo Ottocento. Si calcola che dal 1820 al 1914 circa 40 milioni di europei siano sbarcati negli Stati Uniti.
Nell’età moderna e contemporanea i flussi migratori furono guidati prima dal colonialismo, poi intensificati a causa della rivoluzione industriale sviluppandosi in direzione Nord-Sud del mondo. Nuove prospettive, e nuove dimensioni, si constatano negli ultimi decenni quando si videro invertire le direzioni e ad interessare le aeree del Nord del pianeta, trasformate da paesi di emigrazione in mete di destinazione per milioni di persone povere attratte da prospettive di cambiamento. La spinta verso paesi economicamente più sviluppati riflette la realtà di un mondo sempre più segnato da squilibri di crescita e di benessere. All’origine di questi spostamenti ci sono le condizioni di povertà, conflitti sociali, intolleranza religiosa, conflitti armati, il razzismo nel paese d’origine, il cambiamento climatico, l’assenza di democrazia e la violazioni dei diritti civili e politici.

Qualche numero al mondo di oggi.
In Europa con lo sviluppo dell’economia industriale si è assistito a migrazioni di popolazioni da uno spazio periferico verso uno spazio centrale dell’economia capitalista, con la prospettiva di un lavoro manuale dipendente. In termini di popolazione le migrazioni non sono altro che la manifestazione di uno sviluppo ineguale e con l’esclusione di molte persone. Nella prima fase i flussi provenienti dai Paesi dell’Europa meridionale e del bacino del Mediterraneo erano spesso sollecitati da precise politiche di reclutamento dei paesi dell’Europa centrosettentrionale. Guardando alla storia più recente, dal 1973, le migrazioni rispondono ad una reale domanda di lavoro da parte dei paesi dell’Europa centrosettentrionale.
Nel dossier del 2016 redatto dalla Caritas “Divieto di accesso. Flussi migratori e diritti negati” si rileva che nel 2015, su 244 milioni di migranti nel mondo, il 43% è nato in Asia, il 25% in Europa, il 15% in America latina e Caraibi e che soltanto il 14% arriva dall’Africa. Il dossier rileva poi che il tragitto maggiormente in crescita era quello Africa-Asia. I Paesi asiatici dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) iniziarono a parlare della questione migrazione nel 1999, con la Dichiarazione di Bangkok sul contrasto all’immigrazione illegale. Il documento venne sottoscritto dai membri dell’Associazione e da altri Paesi della regione dell’Asia-Pacifico (Cina e Australia, per esempio). Che la popolazione asiatica fosse in movimento era questione conosciuta. Nel testo si trovava già allora la preoccupazione per l’aumento costante e progressivo dei flussi migratori nella regione, dovuto ai conflitti militari, alle persecuzioni religiose e ai disastri naturali.
Le persone immigrate, cioè nate in un Paese e che vivono in un altro, sono in costante aumento nel mondo, naturalmente con differenze sostanziali tra le varie aree. Il numero totale di persone immigrate in un altro Paese nel 2017 è stato di 257,7 milioni, di cui il 48,4 % donne; nel 2000 erano 173 milioni mentre nel 1980 102 milioni.
Il continente in cui numericamente ci sono più immigrati è l’Asia con quasi 80 milioni di immigrati, seguita dall’Europa con 77 milioni. In termini di percentuale rispetto alla popolazione però è l’Oceania ad avere più immigrati che compongono poco più del 20% dei suoi abitanti. Al secondo posto, con il 16% troviamo il Nord America in cui, analizzando i due Stati più popolosi che lo compongono, possiamo vedere come gli Stati Uniti abbiano il 15% di immigrati ed il Canada il 21% . In Italia il numero di stranieri (inclusi gli apolidi) in percentuale rispetto al totale della popolazione residente, si classificava al quattordicesimo posto (su 28) nell’Unione Europea (con l’8,3% di immigrati sul totale della popolazione).
L’Istat ha pubblicato sul suo sito l’edizione 2019 di “Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo” nel capitolo “: “Uno sguardo d’insieme” ci riferisce che al 1° gennaio 2018 risiedevano in Italia 5,1 milioni di cittadini stranieri, l’8,5% del totale dei residenti. Rispetto ad un anno prima aumentano di 97 mila unità (+1,9%).

Uno sguardo all’Africa.
Nell’ultimo rapporto (2019) dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni leggiamo che oltre 21 milioni di africani sono stati costretti a migrare. Rispetto agli anni precedenti si constata un significativo aumento. La maggior parte dei movimenti migratori avviene tra regione e regione all’interno del Continente. Nel periodo 2015-2019 il numero di africani che vivono in regioni diverse da quelle di origine è passato da 17 a 19milioni.
Anche uno studio dell’ISPI di Milano (Istituto di Politica internazionale) nel suo dossier intitolato “Non solo verso l’Europa” mette in evidenza che il 50,4% dei migranti di origine africana non esce di fatto dal continente. Infatti, si constata che l’Africa sub sahariana è in movimento ma non tutti gli africani si muovono in massa verso l’Europa. Al di là sdi una comune percezione il movimento è soprattutto intra -regionale, cioè nello stesso continente. I tassi di emigrazione sono in linea con quelli globali, e si può constatare che l’approdo di un buon numero di loro resta all’interno del continente.
Alla fine del 2018, ci sono stati 2,9 milioni di nuovi sfollati in Etiopia, il numero più alto a livello mondiale. Oltre agli sfollati a causa del conflitto, vi sono stati più di 290.000 nuovi sfollati in Etiopia a seguito di disastri climatici. Nel 2018, la Repubblica Democratica del Congo ha registrato il secondo più alto numero di nuovi sfollati in Africa e nel mondo, con un totale di 1,8 milioni di persone. E’ importante ricordare che i disastri climatici e ambientali stanno diventando un fattore scatenante e lo saranno sempre più. Un caso è quello del Mozambico, che di recente è stato colpito dai cicloni Idai e Kenneth.
Dal 1990 il numero di migranti africani che vivono fuori dal Continente è più che raddoppiato, con una crescita più marcata verso l’Europa. Infatti, il rapporto indica che, nel 2019, risiedevano in Europa 10,6 milioni, in Asia 4,6 milioni e Nord America 3,2milioni.

Le ragioni della partenza:
Potremmo menzionare il neocolonialismo come motivo di fondo dell’immigrazione dall’Africa, con la colpa che è tutta delle grandi potenze mondiali compresa l’Italia, anche se in minor parte rispetto ad altri paesi.
Governi corrotti firmano accordi con le varie multinazionali per lo sfruttamento delle ingenti risorse del continente. Soldi questi che però invece che aiutare la popolazione a crescere arricchiscono soltanto l’élite al potere.
La Cina, però, rispetto al passato, ha scelto di utilizzare un nuovo metodo per vincolare a sé i paesi dove opera: realizza massicci investimenti in opere pubbliche, l’ultimo di 60 miliardi in Angola, Ghana, Zambia e Zimbabwe, oltre che offrire aiuti e prestiti a tasso zero, con la conseguenza di permettere a Pechino di controllare i vari paesi, visti i debiti contratti nei suoi confronti.
Dall’Africa non si scappa solo per ragioni di povertà, ma dalle attese deluse. Aiutare a casa loro vuol dire costruire opportunità e alternative. Mentre il dibattito, in Europa, si concentra sui migranti economici, cioè coloro che lasciano i loro paesi alla ricerca di condizioni economiche migliori, spesso quelli che arrivano non sono i più poveri, anzi. Di solito sono giovani che non riescono a soddisfare le aspirazioni che animano ogni giovane del mondo: studiare, trovare un lavoro, avere condizioni economiche e servizi adeguati alle esigenze normali di un essere umano. Mentre un rifugiato ha diritto all’asilo, un migrante economico invece no anche se la colpa della sua situazione è spesso riconducibile al comportamento delle grandi potenze.

Le prospettive per loro non sempre sono soddisfacenti. Infatti, mentre un rifugiato ha diritto all’asilo, un migrante economico invece no anche se la colpa della sua situazione è spesso riconducibile al comportamento delle grandi potenze

Il “dataroom” di Milena Gabanelli sul Corriera della Sera, evidenzia bene come negli ultimi sei anni, su 1 milione e 85 mila migranti africani sbarcati in Europa, il 60% proviene da Paesi con un reddito pro-capite tra i 1000 e i 4000 dollari l’anno, considerato medio – basso dalla Banca Mondiale per il continente africano. Il 29% tra i 4 e i 12 mila dollari, ossia medio – alto; il 7% da Paesi dove c’è un reddito alto, sopra i 12mila dollari, e solo il 5% dai paesi poverissimi, con un reddito sotto i mille dollari.
Recenti studi sull’immigrazione hanno messo in luce che al primo posto risultano le cause climatiche. Una ricerca realizzata dall’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) ha stimato che circa l’80% dei migranti arrivati dall’Africa in Italia lo ha fatto a causa del clima.
La Banca Mondiale invece si è spinta fino ad affermare che, nel 2050, il cambiamento climatico rischia di produrre in tutto il mondo 143 milioni di migranti: se in Asia il problema sono le catastrofe naturali, in Africa è la desertificazione.
Nel continente africano quindi la siccità, la mancanza d’acqua, il degrado del suolo e le conseguenti carestie ricorrenti, potrebbero portare 86 milioni di persone che vivono nella fascia Sub – sahariana ad abbandonare la propria casa e cercare una vita migliore altrove.
Un ulteriore aspetto da prendere in considerazione é la demografia : al momento il continente africano può contare su circa 1,2 miliardi di abitanti. Secondo diversi calcoli, nel 2050 si potrà ad arrivare anche a 2,5 miliardi di persone.
Per esempio la Nigeria che nel 2015 aveva 181 milioni di abitanti, nel 2030 con questi ritmi di crescita potrebbe arrivare a 264 milioni e nel 2050 a 410 milioni, il 126% in più rispetto al 2015. Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2017 realizzato da Idos e Confronti in collaborazione con U.n.a.r., (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), l’Africa è il continente che in futuro vedrà maggiormente aumentare la propria popolazione e questo potrebbe essere una forte causa di immigrazione.
Quando si discute di immigrazione spesso si cerca di sottolineare la differenza tra migrante economico (che scappa dalla povertà) e rifugiato (che scappa da guerre o calamità naturali).
Una distinzione fondamentale questa perché l’Italia naturalmente garantisce il diritto d’asilo e protezione a chi ha lo status di rifugiato, ovvero dove c’è un fondato timore d’essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o di opinione politica. In Africa al momento sono tanti i conflitti in corso, più o meno noti; tra questi il Sudan, l’Eritrea, ma è il Congo a produrre il maggior numero di rifugiati per cause belliche. In questo caso, il Congo, si tratta spesso di sfollati interni dalla parte Est del grande e molto ricco paese, con circa 3,7 milioni di persone che negli ultimi anni sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni. Da non trascurare, e dimenticare la recente guerra civile in Libia. Analogamente sono numerosi i conflitti in corso in Paesi dell’Asia e vicino Oriente.

Alcune considerazioni
La popolazione in Italia è in calo soprattutto nel Mezzogiorno. Al 1° gennaio 2020 i residenti ammontano a 60 milioni 317 mila. (116mila in meno su base annua). Inoltre, 120mila residenti di nazionalità italiana sono cancellati per l’estero. La crescita demografica è di -2 % di variazione annuo (2018) e l’età media è di 83, 24 anni (2017) .
Non vi è dubbio alcuno che gli italiani avranno sempre più bisogno di mano d’opera in diversi settori, in primis per il settore agricolo, abbandonato da anni dai giovani italiani; per la cura: infermieri negli ospedali e cura di bambini, di anziani, aiuti domestici di vario genere, lavori questi sempre di più abbandonati dai giovani italiani. Inoltre, sono numerosi i piccoli villaggi di montagna, e di campagna, abbandonati dai residenti e che potrebbero rivivere con la presenza di giovani immigrati. Non mancano in Italia esempi positivi in tal senso. La questione di fondo è la gestione del fenomeno immigrazione che necessita di essere presa in seria considerazione dal Governo , con decreti e leggi adeguate per la tutela dei diritti di tutti, la salvaguardia della dignità delle persone accolte che, se bene accolte , possono contribuire al bene comune della società. E necessario avviare interventi multidisciplinari in un quadro socio politico per creare una società solidale. Gli immigrati di prima generazione, già inseriti, se coinvolti in tal senso, potrebbero essere il tramite per aiutare l’inserimento dei nuovi e questo con l’aiuto e l’appoggio di tutti gli Attori che si trovano già impegnati : Corridoi umanitari, Caritas, ONGs

Un pensiero su “Emigrazione – immigrazione: un po’ di chiarezza


  1. Oltre alle cause interne ai paesi di emigrazione, ben illustrate da Giulia Uberti, ce ne sono numerose altre interne ai paesi di immigrazione o comunque ritenute tali, a torto o a ragione, nella mente di chi emigra, tra le quali: l’aspettativa di un lavoro più o meno stabile, dovuto alla carenza di manodopera locale e al suo rifiuto da parte dei locali a causa della pesantezza e della scarsa retribuzione; maggiori benessere e ricchezza introiettati nell’immaginario collettivo; le collettività di amici e parenti già insediate sul posto che fungono da richiamo; una maggiore democrazia e libertà; l’azione di organismi a favore dei migranti come riferimento per farsi aiutare.

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